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A Ferrara la fotografia fa riaprire i luoghi chiusi dal terremoto

Si è svolto nel mese di aprile a Ferrara il Festival “Riaperture”, per riaprire in città ancora una volta con la fotografia i luoghi chiusi per il terremoto ed altro.

Un festival polveroso per i luoghi apparentemente abbandonati, in evoluzione che porta le immagini in luoghi di cantiere, trasformati o in trasformazione. Il tema della seconda edizione è stato il “Reale” con storie da tutto il mondo, percorsi, smarrimenti, illuminazioni, identità perse e ritrovate, sogni, ricerca con la partecipazione di Letizia Battaglia, Francesco Zizola, Oleg Oprisco, Antonio Xoubanova, Arimasa Fukukawa, Stuart Paton, Roberto Boccaccino, Camilla de Maffei, Marco Sconocchia, Nicolas Bruno, Arianna M. Sanesi, Alessandro Ruzzier, Lele Marcojanni.

“Sono una persona, non sono una fotografa”: dentro queste parole c’è tutta Letizia Battaglia, un’artista militante della vita stessa, da sempre schierata dalla parte di una fotografia fatta di passione, verità, persone.

La mostra “Fotografie” ha racchiuso non solo le fotografie della mafia, ma tutta la realtà pulsante, netta e scomoda che Letizia ha sempre immortalato in modo netto, lucido ed autentico, con un valore etico di fare fotografia, raccontando i mille scenari della sua Palermo, città in conflitto tra la presenza della mafia e la vita quotidiana. Gli omicidi per strada, i corpi riversi a terra o nelle auto dopo gli agguati di mafia, il dolore e l’incredulità delle persone che assidono a questa cruda realtà: le fotografie di Letizia Battaglia racchiudono tutto lo spettro emotivo dell’umanità dell’epoca, dei bambini che comunque giocano in strada e dentro ai loro occhi sembra di vederci il mondo intero.

Letizia ha raccontato la sua vita, il fatto di essere stata da uno psicanalista e da lì è nata la voglia di riappropriarsi della sua vita, di essere una fotografa, di incontrare a Milano Pasolini, Dario Fo e Franca Rame, di ritornare a Palermo dove la mafia si combatteva tra clan ed ha visto per la prima volta un uomo sotto un ulivo ed era indescrivibile raffigurare un uomo morto.

La classe politica era collusa con la mafia ed anche la polizia per il potere dei soldi e non esiste un codice d’onore, inoltre essere una fotografa donna le ha creato dei problemi perché all’inizio nessuno voleva che fotografasse, e non c’era mai una parola buona per lei, per i sacrifici fatti, facendo scatti a Boris Giuliano, al presidente della Regione Mattarella, Falcone e Borsellino, Andreotti e tanti altri, avendo come maestra Diane Arbus, esponendo a Corleone le foto dei mafiosi, fotografando da molto vicino, che per lei è stata una operazione artistica, a volte con pochi secondi per fare uno scatto.

Letizia Battaglia ora ha 83 anni e non vuole rassegnarsi, perché non riesce ad accettare questo, avendo fatto tante piccole cose ma grandi per lei, come essere assessore al comune della sua città, e quando è stata eletta deputata, pur avendo uno stipendio enorme non faceva niente, allora è ritornata a fare la fotografa.

La fotografia è ancora dentro la sua vita, non a colori, perché il bianco e nero è più solenne nel raccontare; il digitale è comodo, ma lei si è ripresa la macchina a pellicola, l’importante è che il risultato sia coerente, serio, non certo Facebook che è solo omologazione.

Letizia si riconosce nelle bambine che ha fotografato perché lei era una ribelle ed i suoi genitori la chiusero in casa; le foto delle bambine di dieci anni le servono per ritrovare la bellezza e sé stessa.

La bambina col pallone è stata fotografata da Letizia 38 anni fa ed è diventata la sua immagine più famosa, e lei ha ritrovato la persona con il programma televisivo “Chi l’ha visto?”, grazie all’intervento del fratello di questa signora, una buona donna ignorante, non scolarizzata, che conduce una vita molto semplice.

Nel 1985 Lanfranco Colombo ha spedito a New York le foto di Letizia Battaglia al premio Eugene Smith, ed ha ricevuto il primo premio ex equo ed altri importanti premi.  E’ stata riconosciuta dal New York Times tra le 11 donne che si sono distinte per il loro impegno e lo stesso anno è direttrice del Centro Internazionale di Fotografia, da lei fondato a Palermo.

Questa signora non più giovane porta il suo coraggio ed anticonformismo con il suo caschetto di capelli blu, fumando ininterrottamente, in prima linea sulla questione femminile, sui problemi ambientali e sui diritti dei carcerati, degli omosessuali. E’ stato per me un onore conoscerla, ascoltarla, fotografarla, stringerle la mano.

Pensando all’impegno sociale ed ambientale non posso non parlare del Collettivo Synap(see), ospite a Raperture, per presentare il loro progetto “AGRO”, cioè il loro ritorno alla terra, terza pubblicazione dei fotografi Paola Fiorini, Andrea Buzzichelli, Giovanni Presutti, Stefano Parrini, Antonella Monzoni e Steve Bisson curatore, dopo “PARCO” e “FIUME”, un triennio di investigazione fotografica, dal 2015 al 2017, in un viaggio che attraversa uno spaccato dell’Italia, passando per oltre nove regioni e trenta casi di studio su altrettante questioni di natura ambientale e territoriale.

Le pubblicazioni sono come un giornale aperto, con carta ecologica che mediante le foto, i disegni ed i testi, propone una fotografia onesta, altruista e consapevole che riguarda una selezione di parchi nazionali e regionali, per darne una definizione di confine. 

Nel secondo anno il collettivo si è dedicato a studiare alcuni fiumi quali l’Arno, il Secchia, l’Adige, il Po, perché il fiume resta in qualche modo, ed è ciò che lo circonda e lo attraversa a modificare.

Con l’ultima ricerca intitolata “AGRO”, il collettivo ha meditato sugli usi del suolo, con particolare attenzione all’agricoltura, e alle colture boschive, con un ritorno alla terra, di una nuova generazione di contadini ed allevatori di piccola scala, che praticano un maggiore rispetto degli animali e della natura.

Parleremo ancora di loro alla esposizione del loro lavoro a fine anno al centro di ricerca sulla comunicazione “Fabrica” di Luciano Benetton a Villorba di Treviso e sarà davvero stimolante vedere il loro progetto fotografico esposto, perché oltre la sua funzione didascalica, la fotografia autorale può contribuire a dare maggiore profondità, spessore, intuizione alla ricerca e alla critica stessa e portare aria giovane e fresca in un mondo arroccato su vecchi parametri e paradigmi.

Il ritratto di Letizia Battaglia è di Mario Dal Molin   

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