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Alla Casa dei Carraresi un viaggio nel paese del Sol Levante

Non sono informata in modo specialistico della cultura e storia giapponese e purtroppo non ho mai visitato quel paese, ma l’esposizione a Treviso alla casa dei Carraresi della mostra “Giappone. Terra di Geisha e Samurai” a cura di Francesco Morena, esperto orientalista delle opere private del collezionista Valter Guarnieri, ha stimolato la mia curiosità ed il desiderio di approfondire maggiormente la conoscenza di questo popolo.

Dopo la mostra  ”Giappone fiorito” a Torino ecco un piccolo gioiello in questa esposizione di opere inedite selezionate in base al gusto del proprietario, il cui padre già aveva raccolto importanti pezzi orientali.
Per Valter Guarnieri tutte le opere partono da una visione non solo estetica, scenica ma anche dimostrativa e didattica ed alla mia domanda come abbia avuto questi importanti reperti, egli mi ha risposto che gli sono arrivati da soli, in un incontro di affinità, per lo spirito delle cose quindi i bracieri contengono anche la cenere, sebbene siano molto più pesanti da trasportare.

Per Fosco Maraini le tre persone più importanti erano il Dalai Lama, il Papa e l’imperatore giapponese, ma ora non è più così in questo paese che è rimasto isolato dal mondo dal 1615 al 1863, in una consapevole chiusura, decidendo di aprirsi al mondo, adottando anche stili e tecniche straniere, perché c’erano le influenze artistiche europee, specialmente francesi, vedi Manet, Monet, Van Gogh che risentirono dell’arte giapponese, che scoprirono anche con disegni su carta che servivano per incartare pezzi di antiquari, tea o altro materiale proveniente dall’oriente e furono appassionati conoscitori delle stampe di Utamaro, Hokusai e Hiroshige, di cui abbiamo visto le opere in mostra a Milano e Bologna.

Per il curatore ci sono due categorie ricorrenti: i samurai, nobili guerrieri di arti marziali che hanno creato una cultura, quella del guerriero fedele al proprio padrone fino alla morte, ed il nome deriva sicuramente da un verbo, saburau, che significa “servire” o “tenersi a lato” e può essere tradotto letteralmente in “colui che serve”.

Essi usavano delle lame in acciaio finissime, e lo spadaio era il tramite tra il mondo umano e la divinità;  le loro armature di ferro e legno laccato, intarsi in argento, pelle di orso e seta servivano solo per le parate, non per combattere e gli elmi in ferro laccato e parzialmente dorato erano la cosa più importante e servivano per farsi riconoscere, erano spettacolari per le decorazioni poste in cima al copricapo tondo, poi c’era il katana, la spada in acciaio in un unico pezzo, firmata sul cordolo.

I samurai erano un peso economico enorme per la società giapponese, in quanto la loro figura era prettamente simbolica. Film, cartoni animati e la letteratura giapponese con Yukio Mishima ed altri, hanno reso celebre in tutto il mondo la figura del samurai.

Invece l’altra figura è la geisha, parola unica  per il singolare ed il plurale,  bellezza altera ed elegantissima è la tradizionale artista e intrattenitrice giapponese e non una prostituta, come si poteva pensare. In epoca Tokugawa(1603 – 1867) il termine si riferiva anche a intrattenitori maschi, ma progressivamente ruolo e nome si limitarono alle sole interpreti femminili. Un periodo di grande prosperità per le geisha fu l’epoca Meiji dal 1868, ma a partire dalla fine della Seconda Guerra la professione entrò in un lento ma inesorabile declino.

Abbiamo conosciuto la geisha dal volto ovale cosparso di cipria bianca, piedi piccoli fasciati stretti affinchè non crescessero, scarpe particolari con una alta zeppa, abiti di seta elegantissimi, modi cadenzatie lenti, prima bambina venduta ad una scuola e poi donna abile nella danza, nell’uso del ventaglio e nel rituale del tea, con il bellissimo film “Memorie di una geisha” di Rob Marshall, tratto dal romanzo di Arthur Golden, uno dei rari casi in cui il film supera il testo scritto, anche per le straordinarie musiche suonate da Itzhak Perlman al violino ed Yo-Yo Ma al violoncello, ed anche nel mondo della lirica per la figura di Cho Cho San, nella Madama Butterfly di Giacomo Puccini.

La seconda sezione della mostra propone una nutrita selezione relativa alle numerose divinità che nel corso dei secoli hanno accompagnato la vita del popolo giapponese, sintesi di credenze autoctone e prestiti concettuali provenienti dal continente asiatico.

Il Buddhismo, in particolare, di origini indiane e giunto nell’arcipelago per tramite la Cina, la Corea e poi il Giappone, isola chiusa, ha permeato profondamente il pensiero giapponese, Shintoista, in cui la divinità è nella natura, panteista soprattutto nella sua variante dello Zen, mentre il Taoismo ha attecchito di meno dal punto di vista culturale in quanto le divinità servivano per i soldi, la salute e l’amore. Qui troviamo un gruppo di dipinti nel formato del rotolo verticale in seta da appendere raffiguranti Daruma, vissuto nel quinto secolo, il mitico fondatore di questa setta, disegnato in rosso come una bambola matrioska, e questi rotoli di stoffa si possono spostare facilmente da uno spazio all’altro, per questo non esistono quadri nella raffigurazione giapponese.

La terza sezione riguarda alcuni aspetti della vita quotidiana del popolo giapponese, dalle attività produttive come la pesca, alle attività di intrattenimento come il teatro Nō e il teatro Kabuki, dall’utilizzo del kimono alla predilezione degli artisti giapponesi per la micro-scultura, qui esemplificata da un interessante nucleo di accessori legati al consumo del fumo di tabacco, come piccole borsette di stoffa, che si legavano all’abito perchè non aveva tasche, o piccole sculture, oggetti per tenere rigida l’elsa della spada, che era una treccia per la nuda lama.

Il popolo giapponese ha da sempre riservato molta importanza alle fonti tradizionali, utilizzate e rielaborate secondo stili e modi più consoni ai diversi generi artistici; particolare nella cultura giapponese è la donna gelosa, simbolo di cattiveria e motivo ricorrente nei drammi del teatro: sarebbe attualissimo anche in Italia ora, ma per la figura maschile, con gli esiti aberranti quotidiani di una violenza assurda.

In mostra troviamo una originale Chashitsu, ovvero una piccola sala nella quale si svolgeva la famosa Cerimonia del Tè, tradizionalmente collocata all’interno di un giardino, proprio per creare assonanza spirituale ed estetica tra Uomo e Natura circostante.

Tra le forme d’arte inedite per il Giappone di quei tempi, la fotografia d’autore occupa senz’altro un posto d’elezione. Gli stranieri che visitavano l’arcipelago molto spesso acquistavano fotografie per serbare e condividere con i propri cari un ricordo di quel paese misterioso e bellissimo. È il caso dello sconosciuto che acquisì il nucleo esposto in mostra, il quale annotò in lingua spagnola, a margine delle fotografie, le descrizioni dei luoghi e delle attività raffigurate nelle fotografie, attribuibili ad un unico acquisto da parte dell’attuale proprietario. Le foto all’albumina in bianco e nero o a colori risalgono ad almeno 150 anni fa ed in mostra troviamo la foto di un samurai del periodo Meiji di un fotografo italiano, si presume sia Felice Beato, nativo di Venezia, che faceva stampe all’albumina colorate a mano, con una carta molto sottile, ed ad Yokohama creò addirittura una scuola di ritocco pittorico, decisamente straordinaria per quell’epoca.

L’ultima sala è riservata ad una delle forme d’arte più complesse e insieme più affascinanti del Giappone, come in Cina, cioè la calligrafia, in quanto una selezione di grandi paraventi ornati di potenti calligrafie offrirà lo spunto ai visitatori per cimentarsi in questa forma d’arte attraverso l’organizzazione di specifici laboratori.

Il catalogo pubblicato da Artika è curato da Francesco Morena, esperto di arte e cultura giapponesi; inoltre egli ha pubblicato per Giunti anche le monografie di Hiroshige e Hokusai

La mostra alla Casa dei Carraresi è visitabile dal martedì al venerdì alle ore 10 alle 19, mentre il sabato,  la domenica ed i festivi dalle ore10 alle 20, il lunedì chiuso.

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