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Andersson, Egoyan, Murphy e qualche riflessione su Venezia 76

Chiudo questa finestra sulla settantaseiesima Mostra del Cinema di Venezia con una panoramica sugli ultimi tre film che sono riuscita a vedere. Tutti in concorso per il Leone d’oro.

Sull’infinito

Roy Andersson è di Göteborg, Svezia. A Venezia ha portato Om det oändliga (Sull’infinito), una composizione lirica, in senso poetico e musicale, più che un film. Non c’è una trama precisa, ci sono una serie di quadri, anzi squarci, sul mondo e sulla vita. Ogni singola composizione coinvolge pochi personaggi che compiono gesti minimi e riflettono in modo semplice su ciò che vedono, sentono, fanno. La magnificenza dell’esistenza è celebrata in contrasto ai suoi aspetti terribili. “Io voglio sottolineare la bellezza di essere vivi e umani, ma per dimostrarlo ci vuole un contrasto, bisogna rivelare anche il lato peggiore”, dice il regista.

Chi, mettendosi davanti a questo film, si aspetta di essere avvolto da un intreccio avvincente, resta deluso o semplicemente disorientato. Perché Roy Andersson non narra storie. Piuttosto osserva e imprime sullo schermo lo stato d’animo che un pittore stenderebbe sulla tela.

Capisco che un cinema così deve piacere, nella lentezza e inafferrabilità. Resta però il fatto che traccia dei sentieri e, una volta schiusi, è difficile non affacciarsi e fare qualche passo dentro. Anche solo per la curiosità di vedere in che direzione portano.

C’era molta attenzione alla proiezione stampa. Forse per la capacità di Andersson di far affiorare il senso delle piccole cose, la bellezza e l’ironia della vita, sempre esposta a ridosso dell’infinito.

Guest of Honour

Piuttosto deludente Guest of Honour di Atom Egoyan, regista di origine armena naturalizzato in Canada.

Jim è un ispettore che si occupa di controlli alimentari nei ristoranti e nelle attività commerciali. Conosciamo la sua storia quando la figlia Veronica parla di lui al prete che dovrà celebrare il suo funerale. Jim è morto dopo una vita apparentemente silenziosa, in realtà scossa da perdite e incomprensioni.

Il racconto di Veronica scorre su una serie di flashback che riguardano Jim ma anche se stessa. Scopriamo che lei è un’insegnate di musica e che è appena uscita dal carcere dopo una sentenza per abuso di autorità nei confronti di uno studente. In verità è innocente, ma non ha fatto nulla per evitare la condanna.

Attraverso il racconto della vita di Jim, conosciamo un terribile segreto nell’infanzia di Veronica, per il quale sente di aver meritato la reclusione.

È tutto contorto. I fatti che hanno portato Veronica in carcere si alternano all’attività di ispettore di Jim e alla sua solitudine. Ci accorgiamo di quanto poco padre e figlia sanno uno dell’altra e dello sforzo che fanno per conoscersi.

Uno sforzo che però facciamo anche noi. Perché Egoyan ingarbuglia l’intreccio, vuole raccontarci i rapporti umani, ma non esce da quello che ha dichiarato essere un vero assillo: “Ho sviluppato un’autentica ossessione per un padre e una figlia che agiscono stranamente per ragioni che nessuno dei due riesce a comprendere”. Neanche io.

Babyteeth

Infine, è bello scoprire che c’è sempre qualcosa in grado di sorprendere. Lo fa con grande emozione Babyteeth (Denti da latte) della regista australiana Shannon Murphy.

Una storia dolorosa raccontata con molta lucidità e libertà.

Milla è un’adolescente malata di tumore. Il tempo per lei è cadenzato da momenti di vita normale, alternati a ricadute e terapie. Ha due genitori molto presenti ma anche chiusi in un dolore che arginano come possono. Il padre è psichiatra e per lo più concentra le sue energie a curare le crisi nervose della moglie, infragilita prima di tutto dalla malattia di Milla, ma anche dalle sue aspirazioni di musicista mancata.

Milla, che ne sa più di tutti e due messi assieme, conosce Moses, un ragazzo più grande di lei, sbatacchiato dalla vita, alla deriva ma luminoso. Si innamora, per la prima volta. E lui, che è colpito dai suoi capelli di rame, la segue un po’ per gioco un po’ per opportunismo.

Nasce una storia dove la malattia di Milla non scandalizza nessuno e dove il tempo, poco e prezioso, diventa tutto da vivere.

Bello come la regista fa muovere una ragazzina che con poca vita addosso decide di morderla, di addentarla nel punto più carnoso e gustoso. Bello come lo spirito di Milla scuote Moses, scuote la sua famiglia e scuote lei.

Splendide le musiche, gli abiti che Milla indossa per piacere a Moses, le parrucche per coprire la testa calva. E bella la testa di Milla, i suoi occhi grandi. Il modo in cui se ne va dopo la sua prima e unica notte d’amore.

Forse la regia è solo un po’ acerba, ma vorrei vedere altri esordi così al primo lungometraggio.

A chi andrà il Leone d’oro?

Come sempre alla Mostra c’era molto, molto di più. Si potevano vedere altri film e in quantità maggiore. Ma, come sempre, il tempo è quello che è. E così lo sguardo.

Il Leone d’oro potrebbe essere tra le cose non viste o quelle per me più vaghe.

Se potessi scegliere vorrei premiare Joker di sicuro per la prova di Joaquin Phoenix, J’accuse per la lucidità di Roman Polanski, Ema per la protagonista Mariana Di Girolamo. Vorrei un premio anche per Madre nella sezione Orizzonti e, se non fosse fuori concorso, anche per Adults in the Room.

Ma qualunque cosa accada, va bene.

Annotazioni: Roy Andersson ha vinto il Leone d’oro a Venezia nel 2014 con il film Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. Atom Egoyan è stato premiato più volte a Cannes e ha avuto due candidature agli Oscar. Shannon Murphy finora si è occupata soprattutto di teatro.

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