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“Arlecchino notturno”: Paolo Jamoletti racconta Permunian

Chi segue da vicino le cose della nostra letteratura (cioè quattro gatti) saprà che Francesco Permunian è uno dei pochi scrittori che vale davvero la pena di leggere, perché davvero innovativi e non banalmente narrativi (come vuole il mercato bolso dei libri).

Di questo autore polesano, da poche settimane in libreria con Costellazioni del crepuscolo (Il saggiatore, pp. 403 euro 24,00), da tempo parlano diffusamente critici puri e recensori, facendone giustamente gran lode; testimoniano l’importanza di Permunian anche le traduzioni in spagnolo e francese, con ottime recensioni anche in quei paesi. Ma un delizioso lavoro critico su questo delizioso scrittore, molto utile ai suoi lettori vecchi e, speriamo, a quelli nuovi, lo ha fatto Paolo Jamoletti, girando un docufilm su Permunian dal titolo estremamente seducente: Arlecchino Notturno.

Il lavoro di Jamoletti è bello in sé, direi che è un’opera autonoma che autonomamente racconta il percorso ed il valore dei libri dell’autore polesano. Immagini molto belle, un montaggio perfetto, musica azzeccatissime, permettono allo spettatore di cogliere due bersagli: vedere un documentario che è una gioia per gli occhi e tornarsene a casa avendo capito, molto meglio di quanto possano fare la maggior parte dei critici, il valore di un’opera narrativa bella e importante, e proprio per questo non sempre facile.

Facendo parlare e raccontando il protagonista, i suoi amici, le sue storie, i suoi luoghi, Jamoletti restituisce forte e chiaro il messaggio di Permunian, restituendoci anche un altro messaggio: raccontare la cultura per immagini è possibile, però bisogna farlo bene. E Jamoletti lo fa perfettamente. Sulla storia di questo lavoro, appassionante e intrigante, sentiamo lo stesso regista.

Come hai conosciuto l’opera di Permunian e perché ti ha così colpito?
Sono un lettore di Permunian di lunga data. Lessi per la prima volta un suo libro nel 2003, Nel paese delle ceneri (Rizzoli), poi Cronaca di un servo felice ed in seguito tutti gli altri.
Ero molto giovane allora, e la cosa che più mi aveva colpito, ad una prima lettura, era la rappresentazione della provincia italiana del nord-est, il teatrino della provincia. Che era anche la provincia in cui ero nato e cresciuto. Volendo essere più precisi, mi sembrava che Permunian raccontasse molto bene il “sud del nord”, cosi come poteva essere considerato il Polesine, o, per fare altri esempi, in certe epoche storiche, l’agordino o la provincia di Bergamo.
Poi pero’, nel corso degli anni, mi sono reso conto che questa mia prima impressione, certo presente nelle sue opere, era un po’ superficiale. Ci ho messo del tempo per capire che, in realtà, Permunian é uno scrittore “inattuale”.
Come scrisse il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, “senza dubbio la nostra epoca preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere”. Come per tutti i grandi visionari bisogna scavare nel testo per scoprire il cuore della scrittura di Permunian: è anche quello che ho cercato di fare con il mio film-documentario “Arlecchino Notturno”.

Perché hai deciso di dedicargli questo tuo docu-film?
E’ un progetto che inseguivo da quasi quindici anni: la lettura dei suoi libri mi colpì talmente che mi spinsi a contattarlo personalmente presso la Biblioteca di Desenzano, dove lavorava all’epoca, ed a proporgli una collaborazione.
Era il 2003, lui non era per niente interessato a scrivere per il cinema, però non chiuse totalmente la porta.
Avevo in testa un progetto tratto da un suo libro, che, per diverse ragioni, non ha poi visto la luce. Poi ci siamo persi di vista. Fino al 2015, quando é sembrato a tutti il momento giusto per girare Arlecchino Notturno.
Permunian é uno scrittore vero, la cui importanza é ampiamente riconosciuta oggi, ma prima di pubblicare é stato rifiutato per molti anni. Sono partito proprio da questo suo essere, in qualche modo, un outsider, uno che non rientra nelle logiche dell’industria culturale e della “società dello spettacolo”, di cui anche la letteratura e l’editoria, volenti o nolenti, fanno parte.

Quali sono le difficoltà di raccontare un autore come Permunian?
Quando un film, di qualsiasi genere esso sia, é tratto da un libro o si ispira alle opere di uno scrittore, come nel caso di Arlecchino Notturno, per rispettare davvero l’autore bisogna tradirlo. Secondo me é questa la difficoltà principale.
Nel caso di Arlecchino Notturno quello che non volevo fare era di…competere sul suo stesso terreno: tentare di imitare il suo immaginario o, peggio, scimmiottarlo. Ecco perché ho scelto uno sguardo documentario, diciamo cosi.

La tua formazione di film maker cosa deve ai libri di questo autore?
Ho incominciato a fare i primi tentativi di regia negli anni Novanta, e sempre in quegli anni ho pensato che questo doveva diventare il mio mestiere. L’incontro con Permunian e le sue opere è stato successivo a questo periodo. Non credo che che vi sia stata un’influenza diretta sul mio lavoro di film maker, ma sicuramente i suoi libri hanno influenzato, in qualche modo, il mio immaginario.
E’ vero che in Arlecchino Notturno ho lavorato per la prima volta con molti materiali eterogenei : fotografie, archivi, video, illustrazioni… analogamente a quanto possiamo vedere in certe opere di Permunian, come per esempio “La Polvere dell’infanzia”.

A cosa hai lavorato prima di realizzare questo docu-film?
In questi ultimi anni ho lavorato molto sul teatro di figura: Lafleur héros malgré lui, film-documentario dedicato ad uno dei principali eroi popolari del teatro di figura francese, è stato selezionato al Festival Internazionale del Film di Amiens.
Il mio documentario radiofonico Baracca e burattini, prodotto dalla RAI e dedicato alla compagnia “I burattini cortesi” è andato in onda quest’anno su Radiotre.
L’ultimo mio lavoro, invece, è nato su proposta del Centre européen du résistant déporté di Natzweiler-Struthof (Francia) e in collaborazione con un collettivo di pittori e fotografi francesi, inglesi e spagnoli: ho girato nel 2015 un corto documentario dal titolo Struthof, les images nues (Struthof, le immagini nude), che è stato poi programmato per 8 mesi al Memoriale di Struthof da aprile a dicembre 2016.

Quali progetti hai per il futuro?
Il primo progetto a breve termine è l’uscita in Francia di Arlecchino Notturno, prevista per l’anno prossimo. Stiamo terminando l’edizione sottotitolata in francese proprio in questi giorni. Lavorando da indipendente e con piccole realtà al di fuori del cinema “ufficiale”, in mezzo a molti svantaggi, si ha il vantaggio di poter gestire in prima persona quasi tutto ed avere quindi un controllo sul film. Per me questo aspetto è molto importante.

Ci sono ragioni “culturali” nella tua scelta di andare a vivere e lavorare in Francia?
La ragione principale, per essere chiari, consiste nel fatto che, probabilmente, non avrei potuto vivere di questo lavoro in Italia. Non è una regola generale, naturalmente, ma nel mio caso è andata cosi. E in effetti Arlecchino Notturno, pur essendo girato in Italia e su un autore italiano, è di produzione francese (Les films de la périphérie). Detto questo, mi trovo molto bene a vivere ed a lavorare in Francia. E, da lontano, mi sembra di capire molto di più l’Italia. Che resta, malgrado la crisi e tutto il resto, un paese molto vivo, capace di grandi cadute ma anche di potersi risollevare in fretta e in modo inaspettato.

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