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Come si vive ogni giorno in carcere?

A volte è necessario fare esperienze forti per rendersi conto di determinate realtà come essere paralizzati, allora stare in sedia a rotelle per qualche ora in un corso per terapisti per l’handicap o stare un giorno bendati ti fa provare in piccolo come puoi maggiormente lavorare con professionalità, ma entrare in un carcere è decisamente diverso e se sei dentro vuoi venire fuori.

Ho sperimentato questa realtà a Ferrara nella casa circondariale Costantino Satta in occasione del Festival di Internazionale, in cui “la città si è aperta al carcere”, come visitatrice occasionale e facendo parte della redazione di un giornale ho avuto il permesso di portare dentro la macchina fotografica, mentre il cellulare era rigorosamente vietato.

Superati i controlli dei documenti che si lasciano all’ingresso si passa vicino ad un orto coltivato dai detenuti, poi attraverso vari cancelli metallici che si chiudono alle tue spalle, ecco che sei dentro questo grande palazzone dove sono rinchiusi circa 400 detenuti, informazione che mi è stata data da uno di loro.

Il carcere è la casa il luogo degli ultimi, dei disperati della società, dove ci si finisce quando si oltrepassa la linea tra bene e male secondo l’ordine costituito, ma anche per un caso, a volte per un errore giudiziario, e non sempre rimani nella stessa struttura, ma sei trasferito in giro per l’Italia da un penitenziario all’altro, quando la Giustizia decide il prezzo da pagare, mettendo la parola fine alla libertà, per proporre una vita di reclusione, che si spera porti a qualche tipo di redenzione, con il riconoscimento dei propri errori ed il desiderio salvifico della redenzione.

Come si fa a riempire le giornate dei detenuti nella struttura carceraria di via Arginone, dove il tempo sembra non passare mai, il dolore ti devasta, la rabbia implode e poi esplode e non è come una partita di rugby dove scateni la tua furia? E’ impossibile un ponte tra le due realtà, il mondo fuori che se ne frega vivendo alla giornata la propria libertà pur ricca di problemi, e chi vive invece dentro una interiorità costruita per difendersi in uno spazio di pochi metri quadrati, che non sa nulla del fuori se non per otto telefonate al mese, una ora di colloquio per sei volte al mese, così mi racconta Davide, 60 anni.

Si vive in camera in due: letto scrivania, bagno, tv; un grande desiderio di alzarmi alla mattina e vivere sebbene rinchiuso in corridoi o stanze, andare al laboratorio di giardinaggio per spalare seminare, vedere crescere qualcosa, poi il teatro, il coro in chiesa ed ora questa esperienza fotografica con il progetto “Limbici” a cura di Cristiano Lega.

Il fotografo freelance napoletano è stato per sei mesi dentro, al mercoledì pomeriggio per un’ora e mezza e più con macchine Nikon reflex gentilmente concesse dalla Rce di Rovigo, a fare un corso di fotografia non tecnico ma emozionale, per 8 persone che si sono messe in gioco in una stanza con quattro banchi, un vecchio televisore, pareti bianche come fondale che diventa un set fotografico con autoscatti, scatti, ritratti puri, ritratti emozionali, come modelli tra di loro e fotografi.

Il titolo ti rimanda alle circonvoluzioni limbiche del cervello ed una situazione di limbo, di un luogo non luogo, da cui possono comunque nascere la gioia, il dolore, il pianto, la pena, le emozioni, il silenzio, le risate, la preghiera, lo sconforto, la tristezza, l’attesa, la speranza.
“Perché lavorare con persone così? Che senso ha proporre attività culturali a persone inutili che dovrebbero solo essere punite e stare recluse in cella per sempre per pagare i loro misfatti”. Questo è il pensiero comune “fuori” invece essere occupati in laboratori creativi di fotografia, o come quello di pittura tenuto per 8 ore alla settimana da Raimondo Imbrò, pittore rigorosamente volontario, che insegna storia dell’arte, disegno e pittura, lavorando sull’attenzione facendo giocare queste persone in un percorso creativo che è arrivato all’ottavo anno con un turnover di allievi, che si ferma solo in agosto.

Per Desmond 26 anni nigeriano “siamo tutte ombre qui dentro” ed il suo quadro ritrae una finestra aperta con le sbarre non riflesse nel vetro, perché ci sono solo la luce e le nuvole.
Anche tutti gli operatori che lavorano con loro, e le stesse guardie penitenziarie pensano che fare cultura in carcere sia il miglior modo di sanare le ferite dello spirito, tenendo impegnate le menti in qualcosa di positivo, sebbene il percorso sia complicato e faticoso.

L’arte come percorso terapeutico viene usata con disabili psichici, pazienti psichiatrici, bambini autistici ed il livello delle produzioni a volte è veramente buono, l’ho visto personalmente con un ragazzo autistico disturbato dal punto di vista comportale, a volte aggressivo, ma con una creatività straordinaria.

Allora perché un detenuto non dovrebbe essere da meno, non potrebbe dipingere come un artista vero o suonare come un vero musicista? Non sappiamo la storia di queste persone ed io ho chiesto loro solo il nome e l’età all’incirca, perché la loro privacy è sacra ed il rispetto è fondamentale.
Eppure Gianni il bello del gruppo soprannominato Clint Eastwood, sbarbato con una tuta di marca si presentava benissimo ed io pensavo fosse un volontario, ci ha messo la faccia anzi metà, per il manifesto della mostra fotografica e quale è l’altra metà, la sua metà?

Gli ho chiesto se si sente rappresentato da queste foto mi ha risposto positivamente e così anche gli altri perché le loro foto stampate 40 x 60 sono fatte in equipe, e ciascuno si sente immedesimato nel proprio ruolo.
Paride ha 38 anni è uno dei giovani, è pieno di tatuaggi ed una cresta in testa; nel mondo fuori sarebbe immediatamente etichettato come un tossico ed uno spacciatore, invece qui si racconta di come fosse incredulo inizialmente sul risultato, in quanto doveva guardare dentro di sé e dentro la macchina fotografica e Cristiano Lega ci ha fatto essere complici, ci ha fatto vedere le foto al computer, ci ha fatto essere arrabbiati, sorridenti, ed io mi sono lasciato andare ed il risultato si è visto.

In un posto come il carcere le emozioni si vivono amplificate ed io “mi sono permesso di sentirmi libero” ed ora sono molto contento per l’opportunità che mi è stata data, per queste attività che sono strumenti per farti riflettere, fanno maturare, avendo qui molto tempo per pensare, per rivederti e non commettere più errori, visto che i reati sono già stati fatti. Altroché i tatuaggi!

E per concludere il giornale “Astrolabio” giunto al dodicesimo anno, un bimestrale, stampato in proprio grazie al contributo del Comune di Ferrara e presente anche on line sul sito della rivista.
Il progetto creato e coordinato da Mauro Presini, maestro elementare, figura ormai scomparsa, della quale ci sarebbe un gran bisogno, ed una redazione composta di detenuti che si narrano, parlando della loro quotidianità, dell’importanza di avere studiato dentro ed aver preso un diploma, o come motivo di incontro e confronto due volte alla settimana per le riunioni del giornalino, o dei libri letti presi in biblioteca, come momento di vivacità di sfogo di benessere, per creare un ponte tra il dentro e il fuori, per portare il loro mondo nella realtà esterna e conoscere di più cosa succede fuori dalle sbarre, assetati di un sapore cittadino ma anche lontano, per una realtà multietnica presente nel carcere stesso.

Potrebbe essere interessante portare questo progetto artistico anche a Rovigo visto che il direttore della struttura penitenziaria è lo stesso di Ferrara ed il carcere ha già un suo giornalino; ai detenuti, anche se pochi ed i più collaborativi fa bene ed i risultati si sono visti e possono così fare da boomerang positivo per altri reclusi.

3 Responses to Come si vive ogni giorno in carcere?

  1. Giulio D'Ercole ha detto:

    Bellissimo articolo Cristina, molto informativo! Complimenti 🙂

  2. Gaetano ha detto:

    Grazie Cristina per la foto che mi hai inviato.
    Complimenti per l’articolo e per le buone fotografie.

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