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Conoscere l’autore: intervista con Umberto Verdoliva

Inizia ora nella mia rubrica di Rem, “Photoscrivendo”, una serie di incontri con fotografi, pittori, musicisti ed altre persone che abbiano a che fare con ogni forma di espressione artistica, a km zero o quasi.

L’onore e l’onere della prima intervista spetta ad Umberto Verdoliva, che ho conosciuto dal vivo ad Albignasego (Pd), allo Spazio Cartabianca durante una lezione di fotografia a 360 gradi in collaborazione con Utopya Fotografia.

Avevo già scritto di lui su Rem Web nel 2016, in occasione della sua mostra “An ordinary day”, a cura del gruppo Mignon, a Villa Bassi Rathgeb ad Abano Terme, ed ero rimasta colpita dalla rigorosità espressiva delle sue fotografie di street photography, tutte in bianco e nero.

Nativo di Castellamare di Stabia, architetto per una impresa di costruzioni, Umberto Verdoliva aveva la macchina fotografica che gli era stata data per documentare il suo lavoro e non ne ha comperata una.

Poi nel 2006 è iniziata la sua passione per la fotografia che segue il suo vivere, ed il suo fare fotografia è essenzialmente una ricerca in quanto il suo villaggio è questo e se descrivi bene il tuo villaggio potrai parlare al mondo.

Nel 2010 Verdoliva è entrato a fare parte del collettivo internazionale “VIVO”, già SP Street Photographers. Tre anni dopo ha fondato un suo collettivo sempre di fotografia di strada chiamato ”Spontanea” come convergenza di diverso stili e visioni; inoltre il suo nome è presente in molte testate italiane – quali La Repubblica e Il Fotografo – ed internazionali come l’Oeil de la photographie, LensCulture, Rinse magazine ed altre, oltre ad aver vinto numerosi premi come Sony World Photoghaphy 2009 ed altri che si possono leggere in internet, dei quali lui non mi ha assolutamente parlato.

Il fotografo ha spiegato come la fotografia sia diventata così importante per lui giorno dopo giorno e non avrebbe mai immaginato di esserne così preso, in quanto lo arricchisce come persona, e si sorprende proprio con lo “stupor” di un bambino, per questa passione che lo meraviglia ogni momento, catturando il suo interesse in strada, al lavoro, in auto, in treno, in città diverse, in altri spazi e luoghi osservando le persone e gli eventi con grande ironia, per cogliere l’aspetto buffo del quotidiano, la poesia delle piccole cose, prevedendo, aspettando quello che sarebbe accaduto, e ciò non è un compiacimento ma un rimanere stupiti, sapendo riconoscere la forza del momento che si presenta dinnanzi a te.

Verdoliva ha studiato la fotografia dei grandi come Cartier Bresson,  Robert Frank con il suo libro Americani o Joel Meyerowitz, Franco Vaccari, La dolce vita nel 1980 in Italia di Charles Traub, o di autori relativamente più giovani quali Blake Andrews  e Jamel Shabazz, e la lettura del saggio di fotografia del XX° secolo “L’infinito istante” dello scrittore Geoff Dyer, che non è un fotografo e non possiede alcuna macchina fotografica.

Esiste una memoria visiva, una memoria collettiva della cultura fotografica che rimane nel nostro inconscio, per cui certi sguardi fotografici si riconoscono, c’è una sorta di ripetizione di volti, attimi in tempi differenti, per cui persone che non si conoscono fanno in luoghi molto lontani scatti apparentemente simili, perché sanno trovare un posto dove può accadere qualcosa, e le cose succedono improvvisamente per l’istinto del vedere e del reagire.

Bisogna saper trovare aspetti insoliti e coincidenze improbabili, senza nessuna regola, con l’aiuto della fortuna, del caso, con la spontaneità, con un occhio allenato, la prontezza dei riflessi, la previsualizzazione della foto, cercando strade nuove.

Verdoliva spiega che ha iniziato ad accumulare foto, lasciandole lì anche per dieci anni, mettendo le immagini simili in una cartella, e guardando la serialità degli scatti nel suo archivio, ha creato una sequenza dando un ordine mentale al suo lavoro, perché in essa esiste una coerenza stilistica, ed una foto si rafforza con l’altra, in un campionamento della sua realtà, ed il tutto con molta ironia.

In Italia la fotografia dovrebbe essere portata avanti molto di più, insegnata nelle scuole, come una materia perché le immagini oggi sono molto importanti, ma superficiali nell’approccio, invece bisogna dimenticare i selfie e lavorare sulla composizione che nella fotografia la fa da padrone.

Molti sono i progetti fotografici di Umberto Verdoliva: a Treviso dove ora vive del 2008, Prigioniero della privacy nel 2009, What is a dream con scene reali sovrapposte usando una macchina analogica ed una digitale, Sex and the city molto ironico del 2015, Behind a glass del 2017, non riflessi ma barriere, fatto a colori perché in bianco e nero perdeva molto, ed infine nel 2018 Napoli non cambia in bianco e nero.

Il fotografo predilige il bianco e nero sul colore, sogna in bianco e nero e vede in bianco e nero, mentre celebra la vita con il colore, perché lo vede più reale, ed in certe situazioni distrae, ma non è vincolante, non si lega ad una scelta specifica, sembra più un reportage che street.

Il bianco e nero invece rimane sotto forma di memoria perché nelle fotografie ci sono volti sconosciuti che persistono in te, anche dopo tanti anni, tentando di trasformare l’ordinario in un evento unico ed irripetibile, con stile ed eleganza che solo un occhio attento e sensibile è in grado di afferrare pienamente.

E la passione della fotografia di prima mattina o di sera, per non portare via nulla al lavoro o alla famiglia con la moglie Lia, che ora fotografa con lui e le due figlie Chiara e Giuliana coinvolte nel confronto fotografico, rimane sempre cercando di dare ai suoi progetti un carattere di originalità e nello stesso tempo con la capacità di cambiare registro in  stile e contenuto, come se ci fossero persone diverse che fotografano e non lo stesso autore, dando una completezza alla sua ricca personalità.

Che altro dire? Anche troppe parole poiché le foto di Umberto Verdoliva vanno viste, sono tutte italiane e raccontano la sua storia.

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