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Depressi, incattiviti e rassegnati

“Abbiamo smesso di protestare, perché abbiamo capito che tanto, ormai, le decisioni erano state prese altrove”. Questa deprimente sentenza mi viene dalla mamma di uno studente, che mi ha chiamato, un paio di settimane fa, per parlarmi del trasloco del liceo “Celio” di Rovigo.

Dopo qualche mese di tira e molla, polemiche e tante chiacchiere, il trasferimento della scuola superiore in Commenda prosegue imperterrito. Ma più che per rievocare la nota querelle (di cui ho già scritto qui), la mamma in questione voleva sfogare l’amarezza per questa lapidaria dichiarazione di uno studente della scuola, uno di quelli che si erano opposti al trasferimento. Appunto: “Abbiamo smesso di protestare, perché abbiamo capito che tanto, ormai, le decisioni erano state prese altrove”.

Questo stato di rassegnazione mi è sembrato un ottimo spaccato dell’umore generale, non solo dei ragazzi, in questi anni di crisi.

Parliamo, ovviamente, di questioni che sono diventate quasi luoghi comuni. Ad esempio, dove sono finiti i pacifisti? Quindici anni fa, contro la guerra all’Iraq, scesero in piazza milioni di persone. Oggi sarebbe ancora possibile una mobilitazione di questo genere? Questo vale anche per altri temi e forme di attivismo, comprese probabilmente molte forme “invisibili” di cittadinanza attiva.

Da una quindicina di anni ci interroghiamo su dove sia finito l’attivismo che riempiva strade e piazze, formulando ipotesi: schiacciato dalla violenza di Genova? Demoralizzato dall’indifferenza e dalla disonestà di chi ha deciso un ciclo di guerre costruite su continue menzogne? Spento dall’avvento della crisi economica, che ci ha messi davanti all’incertezza, alla precarietà e a veri e propri problemi esistenziali, tipo come arrivare a fine mese?

Ci si continua a interrogare, ma intanto l’impressione è questa: che nel frattempo siamo diventati una società depressa non solo economicamente e culturalmente, ma anche emotivamente. Depressa e, quasi di conseguenza, incattivita.

Incattiviti, ma allo stesso tempo rassegnati. Che tanto i giochi vengono fatti altrove, sempre più in alto di noi. Una cattiveria e una rassegnazione che, ormai, fanno parte del linguaggio della politica: c’è sempre qualcuno più in alto di noi, che decide per noi. Non solo la responsabilità non è nostra, ma non è nostra nemmeno la possibilità di trovare una soluzione.

Ce ne stiamo così, incattiviti e rassegnati, rintanati nelle nostre bolle virtuali a pensare a come riscattare noi stessi. Nel frattempo, sembra che l’intero corpo sociale stia producendo cattiveria e rassegnazione: la povertà, i tagli alla sanità, gli esseri umani sbattuti nei lager libici, l’ambiente sempre più degradato sono priorità per pochi sfigati. E la predisposizione a trattare gli esseri umani come esseri umani, anziché come nemici, è bollata come “buonismo” (e magari sanzionata dalla legge).

A Roma sono all’affannosa ricerca di un governo e di un presidente del Consiglio. Ma forse alla guida del paese, in questo momento, servirebbe un bravissimo psicologo.

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