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Disobbedire, scorrere

Quando il rabbino capo Rav Krushka comincia a parlare, dalle sue labbra esce una specie di musica. Quello che dice suona dolce e poderoso insieme.

Dice che dio ha creato gli angeli perfetti di traboccante bontà, poi ha creato gli animali guidati dall’istinto, cesellati per seguire gli impulsi che il creatore gli ha dato. Infine, negli ultimi istanti della creazione, dio ha preso due pugni di terra e ha dato forma all’uomo e alla donna. Esseri imperfetti che però hanno il dono del libero arbitrio. In ogni istante della loro esistenza possono scegliere se avvicinarsi agli angeli o agli animali, sfiorare la perfezione o seguire l’istinto. La libertà è nelle loro mani, cercarla, compierla in armonia con il mondo è succo di vita.

Disobedience parla di questo. Di quanto uomini e donne possano disporre del libero arbitrio. Il regista cileno Sebastián Lelio ha realizzato un film in cui, ancora una volta, lo sguardo è soprattutto sulle donne e delle donne. Ma questa volta, per quanto le protagoniste fragili forti e potenti siano Ronit e Esti, il procedere delle donne trova una perfetta simmetria in quello degli uomini. Una grande gioia. Non tanto che accada, ma che qualcuno lo mostri in modo toccante.

Tutto si svolge nella comunità ebraica ortodossa di Londra. Ronit se ne è andata da molti anni, vive a New York ed è una fotografa affermata. Torna quando suo padre, il rabbino Rav, all’improvviso muore. Tornare è difficile, Ronit era partita per non diventare un’ombra, ma le erano rimasti addosso il giudizio e il biasimo della comunità. A Londra rivede Dovid e Esti che ora sono marito e moglie. Da ragazzi formavano un trio inseparabile, uniti da complicità e sentimenti. Sopra ogni cosa, però, Ronit e Esti si amavano.

Su questo sfondo Lelio sgomitola fragilità, forza e la circostanza di essere umani. Lo fa tuffando i personaggi nelle condizioni più impervie, quelle del giudizio degli altri caricato della rigida ortodossia ebraica. Eppure, con lucidità delicatezza e fluidità, il regista lascia i protagonisti davanti alla soglia del libero arbitrio. Il gesto è netto proprio perché sta nelle parole del rabbino capo, parole lasciate come un utensile sopra un tavolo, uno strumento potente che appartiene a donne e uomini. Di sicuro scorrono come un fiume in Ronit, Esti, Dovid e vanno sottili e silenziose nell’intera comunità.

La libertà di essere se stessi è forse l’unica via per raggiungere veramente gli altri. In quale modo tutto questo accada è la bellezza del film e del finale aperto al privilegio di essere angeli pieni di meraviglioso istinto.

Scorrere, fluire, andare. È il punto centrale di un altro film che allieta questi giorni. La donna dello scrittore – in lingua originale Transit – del regista tedesco Christian Petzold. Racconta di Georg, Marie, Richard, Driss, Melissa e di un’umanità assediata nella Francia occupata dai nazisti. Forse.

Petzold realizza un’opera avvincente. Fa scorrere sui nostri occhi una storia di persecuzione e oppressione nazista come se i protagonisti si trovassero davvero nella Francia occupata degli anni Quaranta, ma in verità tutto si svolge a Marsiglia ai giorni nostri.

Dunque, vediamo fughe e nascondigli, abbiamo il sentore di rastrellamenti, di truppe che avanzano, seguiamo la ricerca disperata di visti per espatriare, sentiamo costantemente l’atmosfera pesante e terribile della delazione, della clandestinità, dell’orrore che si consuma, ma intorno ai personaggi si stende una città moderna che si muove e respira. Una scelta coraggiosa che disorienta e però, con il procedere del racconto, trascina e, soprattutto, apre il film a mille letture. Su tutte una. La Storia non se ne sta pacificata sullo sfondo in attesa che impariamo la lezione. L’oppressione, il terrore, la privazione della libertà, della vita sono orrori che si consumano in ogni luogo e tempo. Evitarli, annientarli è qualcosa che va praticato, metabolizzato.

Tutto il film si muove intorno al desiderio, al bisogno di transitare. Prendere una nave e andare via. Ma nessuno riesce a farlo. E la necessità di fluire non è solo uno spostamento fisico – salpare dal porto di Marsiglia – è soprattutto un movimento alla ricerca degli altri. Marie cerca suo marito, lo scrittore Weidel. Anche Georg lo cerca per consegnargli due lettere, ma Weidel è morto, lui lo scopre Marie no. Quando Georg e Marie si incontrano hanno la fuga negli occhi e si attraggono respingono perdono ritrovano, continuamente. Come loro, tutti i personaggi cercano.

Se lo slittamento narrativo tra la storia che viene raccontata e ciò che vediamo mi ha colpito, quello che mi ha davvero trafitto è la ricerca della libertà, la paura di perderla e il desiderio di trovare, sfiorare, amare qualcuno che come noi è in transito.

Annotazioni: Sebastián Lelio lo scorso anno ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero e l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura a Berlino con Una donna fantastica. Protagoniste di Disobedience sono Rachel Weisz (Ronit) – tra i produttori del film – e Rachel McAdams (Esti), con loro Alessandro Nivola (Dovid); il film è tratto dal romanzo Disobbedienza (edito in Italia da Nottetempo) della giovane scrittrice e blogger inglese Naomi Alderman, cresciuta in una comunità ebraica ortodossa. La donna dello scrittore era in concorso quest’anno al Festival di Berlino. Davvero toccanti Franz Rogowski (Georg) e Paula Beer (Marie); anche in questo film la sceneggiatura parte dal romanzo di una scrittrice, Anna Seghers, pubblicato in Italia nel 1953 dalle Edizioni di cultura sociale con il titolo Visto di transito.

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