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Gabriele Salvatores, la struttura alare del calabrone

Un viaggio. Quando il cinema sta sulla strada capita che metta in mostra la sua faccia più bella. Perché i viaggi hanno sempre qualcosa di catartico, esplorano, dichiarano la vastità dei luoghi e delle persone.

Ne è passato di tempo da quando Gabriele Salvatores nel suo Mediterraneo ci ha fatto viaggiare stando a Megísti, la piccola isola nell’Egeo meridionale dove ha girato il film. Fermi nel cuore del Mediterraneo, i protagonisti e tutti noi a guardarli abbiamo fatto un grande viaggio lirico, trasognato e liberatorio insieme. Bellissimo.

Poi, tanti film con svariati chiaroscuri. E adesso, dopo molto, finalmente un senso dell’andare che strapazza un po’ lo sguardo. E lo incanta.

Il volo di Vincent

“La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso”, recita un detto che il regista piazza in testa alla prima scena di Tutto il mio folle amore.

L’aforisma è un po’ approssimativo, perché il vero enigma per la scienza sarebbe il bombo, panciuto, rotondo, goffo. E come faccia a volare così leggero nell’aria, è un mistero affascinante. Eppure, è nato per quello. Non li si vede che volare i bombi, per di più nella stagione più lieve, luminosa, calda, spaziosa.

Ecco, questo film è il volo di Vincent che ha sedici anni e una sindrome lasciata vaga nel film, un disturbo profondo e misterioso della personalità, come l’autismo e molti altri turbamenti messi lì, dentro le persone.

Non è facile parlare con lui, non è facile avere la sua collaborazione. E fa cose strane Vincent, inaspettate, a volte incontenibili.

Vive con la madre, Elena, e suo marito, Mario, in un equilibrio precario e rassicurante. Ma poi arriva Willi, suo padre, che non lo ha mai conosciuto e non sa neppure che Vincent vive in un mondo interiore complicato. Irrompe improvviso e in un attimo vuole tutto quello che per sedici anni non ha neppure guardato.

Così inizia il volo di Vincent e il viaggio di tutti. Un movimento per cercare di capire come fa a volare. Ma lui è un bombo leggero che si libra senza sapere che per le leggi fisiche non potrebbe farlo.

Sulla strada verso Otočići

Willi fa il cantante, in giro, matrimoni, feste, celebrazioni… È il “Modugno della Dalmazia”, ora impegnato in un tour nei Balcani: Slovenia, Croazia, Albania. Il figlio che non ha mai voluto avvicinare gli sta lì, incuneato nei pressi del cuore, e vuole conoscerlo. Elena però lo manda via, piena di rabbia e rancore per averla lasciata sola.

A Vincent glielo spiega Mario che Willi è suo papà. Che lui di papà ne ha due. Perciò, quando il secondo inaspettato padre viene sbattuto fuori di casa, Vincent non ci pensa due volte e si nasconde nella sua automobile.

Ecco, alla fine decide lui. Apre le ali inadatte al volo, passa sopra le paure di Elena, le sindromi infantili di Willi, la saggezza di Mario e spicca nell’aria.

Willi se lo ritrova addosso di colpo. Un figlio magico con un sorriso dolcissimo, incapace di frasi compiute e una logica inattaccabile. Anche Willi è inadatto al volo, eppure, in viaggio verso Otočići, di concerto in concerto, sfreccia sul paesaggio dalmata con suo figlio. E deve inventarsi un modo per volare.

La nuotatrice indomita

Anche Elena e Mario devono farlo. Uscire dall’acquario della loro vita, prendere la via e cercare Vincent.

L’on the road di Salvatores diventa un viaggio-volo-inseguimento che è l’anima del film. Lungo i meravigliosi paesaggi dei Balcani filo costa.

Tutti tombolano in vario modo, si rialzano, spiccano, ricadono. Ma nessuno si ferma. Tanto meno Vincent. E nella sua corsa verso gli spazi aperti del cuore e della mente costringe tutti a buttarsi fuori.

Mario, che di mestiere fa l’editore, troppo abituato a leggere cose che non gli piacciono, impara da capo a riconoscere le parole importanti. Willi, una vita in fuga, impara a fermarsi.

Infine, Elena, la nuotatrice indomita, sempre ad annaspare per inseguire Vincent, lei soprattutto, impara a lasciarlo volare.

Annotazioni: Tutto il mio folle amore, presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, si ispira liberamente al romanzo Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas (ed. Marcos y Marcos), storia vera del lungo viaggio di un padre e un figlio autistico.

Gli attori. Diego Abatantuono, da sempre alter di Salvatores, è Mario, il mediatore, pacato, vissuto, ironico, nelle giuste dosi. Claudio Santamaria, Willi, si gioca bene l’aria poco credibile e affascinante del “Modugno della Dalmazia”. Valeria Golino, la nuotatrice indomita, seria, stanca e scapigliata come una madre che ritrova il suo centro. Infine, la ciliegina, Giulio Pranno, Vincent, alla sua prima prova: è bravissimo, punto.

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