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Giulio Di Meo: la macchina fotografica come strumento di lotta

Ho incontrato Giulio di Meo in circostanze fotografiche ed ho deciso di approfondire la sua conoscenza per il suo modo estremamente rispettoso di fare fotografia, raccontando il quotidiano, dando informazioni eticamente corrette.

Giulio Di Meo è un fotografo freelance impegnato da molti anni nell’ambito del reportage e della didattica, che porta avanti i propri progetti in modo indipendente, organizzando incontri e workshop di reportage e di street photography, in Italia e all’estero, e laboratori per bambini, adolescenti, immigrati e disabili per promuovere la fotografia come strumento di espressione e integrazione.

Purtroppo con lo sviluppo della fotografia digitale e la diffusione del turismo di massa si creano dei disturbi enormi nei luoghi dove si va in viaggio e per non fare dei danni c’è bisogno di una formazione, di onestà da parte del fotografo nel fare vedere il reale mentre avvicini altre persone, con grande rispetto di chi hai di fronte.

La curiosità di conoscere nel senso buono del termine appartiene al fotografo pensando sempre a chi ha di fronte e non per fare la foto! Il fotografo deve fare e porsi tante domande sugli obiettivi del mestiere, con una approfondita formazione e fondamenti etici, per capire a quanto servano determinate fotografie, a come i politici usino le stesse foto.

Giulio Di Meo è approdato da ragazzo alla fotografia per curiosità, provenendo da un piccolo paese del Sud, con una macchina fotografica regalata dal padre, i primi viaggi ed i corsi con fotoreporter come Ernesto Bazan, Francesco Zizola, Francesco Cito, Danilo De Marco e l’incontro con “la fotografia gentile” di Mario Dondero, con scatti che raccontano l’interesse per l’animo umano, per chi hai di fronte, con questa attitudine, entrando in punta di piedi, con educazione e gentilezza.

Questi grandi professionisti gli hanno trasmesso il mestiere che non è solo fare fotografie, ma insegnare che si ha a che fare con delle persone vive o anche morte e bisogna operare con grande dignità.

Con la crisi dell’editoria i fotoreporter hanno diversificato il loro lavoro e Giulio Di Meo ha intrapreso una coraggiosa scelta di progetti indipendenti, con la pubblicazione personale dei suoi libri, la non vendita delle foto o la non partecipazione ad importanti concorsi fotografici per una decisione etica.

La svolta è arrivata con l’incontro con Amedeo Novelli, giornalista e fotogiornalista milanese, che nel 2007 ha fondato la rivista on line “Witness Journal”, la prima di fotogiornalismo senza pubblicità, che parte dal basso perché sono i fotografi che mandano un servizio fotografico che è il fulcro centrale con un testo accompagnatorio di massimo tremila battute.

Witness Journal è arrivato al numero cento, a undici anni del giornale e le sedici persone della redazione lavorano tutte gratuitamente, non per ambizioni personali, ma perché credono veramente nella missione di essere fotoreporter, per fare capire l’importanza di questo mestiere, facendo cultura fotografica attraverso il reportage, pensando sempre ai valori da rispettare.

In parallelo alla rivista è nata una associazione di appassionati di fotografia che hanno il compito importante di mantenere la memoria storica ed una memoria fisica affinché possiamo avvicinare luoghi e realtà, aprire le menti, abbattere i muri, facendo passare il messaggio anche con piccole storie senza scoop, confrontandoci, perennemente in discussione perché questo fa crescere.

Ora Giulio Di Meo è Presidente dell’associazione Witness Journal, una associazione di promozione sociale e photo editor dell’omonima rivista di fotogiornalismo WJ. Collabora con diverse associazioni e ONG, in particolar modo con l’Arci, con la quale dal 2007 organizza workshop di fotografia sociale in diverse realtà del Sud del mondo (Brasile, Camerun, Cuba, Saharawi).

Crede nella fotografia come strumento per informare e denunciare, come mezzo di cambiamento personale, sociale e politico. “È questa la mia fotografia, quella che amo e che mi piace definire sociale: una fotografia fatta di lotta, rabbia, indignazione ma anche di amore, passione, speranza”, poiché è convinto che il reporter non possa limitarsi solo a informare ma debba agire concretamente, impegnandosi nelle realtà che documenta.

Dal 2003 lavora al progetto fotografico Riflessi Antagonisti sulle realtà e lo sfruttamento dei paesi latinoamericani. Tra i suoi reportage: “Riflessi Cubani” del 2005 offre stralci del quotidiano sull’isola, “Tra cielo e terra” del 2006 descrive la realtà delle favelas di Rio de Janeiro. Nel 2007 realizza, per il cinquantesimo anniversario dell’Arci, il libro “Cinquant’anni di sguardi”, un viaggio attraverso i circoli in Italia. Del 2008 sono i lavori “Fiori di strada”, sulla vita delle prostitute di Bologna, e “Casa Luzzi”, documentario fotografico sull’occupazione di un ex-ospedale di Firenze da parte di 350 famiglie d’immigrati. Nel 2011 torna a occuparsi del Brasile con i lavori sulla favela Rocinha di Rio de Janeiro e sull’occupazione urbana Dandara di Belo Horizonte.

Nel gennaio 2013 pubblica il libro “Pig Iron”, un racconto sui contadini brasiliani vittime delle ingiustizie sociali e ambientali commesse dalla multinazionale Vale. Parte dei ricavi sono stati utilizzati per sostenere le attività della compagnia teatrale “Juventudes pela Paz”, formata da un gruppo di giovani della città di Açailândia, nel nordest del Brasile. Ad ottobre 2014 pubblica “Sem Terra: 30 anni di storia, 30 anni di volti”, una raccolta di ritratti per celebrare i trent’anni del Movimento Sem Terra (MST) e per raccogliere fondi per la Scuola Nazionale Florestan Fernandes. A giugno 2015 pubblica “Il Deserto Intorno”, un libro sui campi profughi  Saharawi, una pubblicazione per sostenere l’Associazione delle Famiglie dei Prigionieri e dei Desaparecidos Saharawi (AFAPREDESA).

“La macchina fotografica è il suo strumento di lotta, il suo arnese d’amore” è lo strumento che sostiene le sue idee, il mezzo per rincorrere i suoi ideali, per sognare un mondo più giusto, affinché uno scatto non resti un semplice sguardo pietoso ma diventi il veicolo per restituire dignità alla sofferenza, un modo per contribuire alla costruzione di una società meno prepotente e più giusta.

La rivista è libera per tutti on line e la quota associativa dell’associazione Witness Journal costa solamente dieci euro e ti permette come socio di stampare il giornale, se qualcosa ti interessa particolarmente ed è un importante specchio del fotogiornalismo nazionale ed internazionale.

Questo è Giulio Di Meo ed ho deciso di incontrarlo a Bologna proprio perché mi sento molto in linea con lui per la sua fotografia etica, specialmente dopo la mia recente esperienza in Etiopia: se gli africani si sono incattiviti la responsabilità è solo degli occidentali che li hanno abituati così, come persone che si sentono uno zoo; inoltre anche la redazione di Rem è composta esclusivamente da volontari che scrivono gratuitamente e anche questo è un elemento legante   tra i due giornali, oltre alla cultura.

Il sapere vola alto e circola portando conoscenza, informazione, passione, appagamento interesse e scambio di competenze con arricchimento reciproco.

Buon cammino Giulio, le nostre strade si sono intrecciate!

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