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Guardare senza pensare

Se guardo veramente è perché non penso. I miei occhi scivolano sulle immagini e ci cadono dentro. E se riesco a dire quello che vedo, è solo perché guardo senza ragione. Vale per un film, un libro, un quadro.

Il viaggio nel 1962 di Don Shirley e Tony Lip nel sud degli Stati Uniti, quel sud bello caparbio e razzista, l’ho guardato così. La loro storia è vera. Ed è vero il Green Book del titolo, una piccola guida del viaggiatore, “The Negro Motorist Green Book”, pubblicata a New York con cadenza annuale dal 1936 al 1966. La sua funzione e utilità era orientare gli afroamericani che avessero avuto la possibilità e la necessità di viaggiare all’interno degli Stati Uniti, trovando nell’opuscolo le indicazioni su dove dormire e mangiare. Un salvavita per evitare i luoghi riservati ai bianchi.

Don Shirley, famoso e virtuoso pianista newyorkese nero, assume Tony Lip, famoso buttafuori nei locali notturni della città, ruvido, sgraziato e di origine italiana, come autista e apripista per una lunga tournée dall’Iowa al Mississipi. Con loro una copia del Green Book. Nei miei occhi la strada, la musica, la solitudine, la bellezza e un orrore tenace.

La favorita di Yorgos Lanthimos

Quando Anna alza lo sguardo vede le pareti della sua stanza. Una grande stanza piena di luce e di conigli. Sono diciotto come i figli che ha avuto e sono morti, tutti, chi prima chi durante chi dopo il parto, il più fortunato ha compiuto undici anni. Diciotto coniglietti pelosi e teneri che ha chiamato con i nomi della sua discendenza mancata. Anna è l’ultima degli Stuart, dopo di lei, senza eredi, al trono saliranno gli Hannover.

La favorita di Yorgos Lanthimos racconta gli ultimi anni di una donna sola e fragilissima, e del suo regno immenso e fastoso. Il regista la disegna in modo umano, molto umano, e per nulla commovente. C’è potere, decadenza, bellezza, un flusso continuo di favori, complotti, seduzioni, tradimenti. C’è una prova d’attrice come poche, quella di Olivia Colman, e ci sono una fotografia e un montaggio nel film che mi hanno disarmato per quanto sono belli e ritagliati sui personaggi magnifici, sgradevoli, tristi.

La donna elettrica di Benedikt Erlingsson

E poi c’è La donna elettrica. Halla dirige un coro di voci armoniose, vive in una terra verde, antica e ricca di risorse. Quando non guida la sua bicicletta per raggiungere gli allievi, Halla veste scarponi, un maglione di lana fitta e un arco. Scocca frecce di metallo come un arciere del ventunesimo secolo e nello zaino porta esplosivo al plastico. Sola, piccola e tenace scardina le ragioni delle multinazionali che piantano, come fossero sementi in un campo, piloni d’acciaio per sfruttare le risorse naturali dell’Islanda.

Halla si stende sul muschio verdissimo, respira la terra e non molla mai. La guida uno spiritello che ha preso la forma di una piccola banda musicale. Un trio che suona e pianta le sue tende ovunque Halla sia, sulle strade, nei pressi di un geyser o ai piedi di un traliccio, pronta a scoccare i suoi dardi. Il bello è che in questo film il regista islandese Benedikt Erlingsson ci fa ridere, trepidare e sognare. E sempre tutto entra negli occhi senza un motivo, che è la migliore delle ragioni.

Annotazioni:  Green Book di Peter Farrelly ha vinto tre Golden Globe e La favorita ha vinto a Venezia, entrambi hanno diverse candidature agli Oscar 2019; La donna elettrica era in concorso a Cannes 2018.

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