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I piccoli piedi di Agnès

Agnès ha novant’anni JR trentacinque. Tra loro un paio di generazioni. Lei è piccola, raccolta in pochi centimetri, al naturale. Lui è alto, filiforme, nascosto dietro un paio di occhiali scuri.Hanno molte pieghe del corpo e della vita a separarli, ma combaciano perfettamente nello sguardo. Occhi che passano attraverso un obiettivo, fotocamera o cinepresa che sia. Lei è analogica lui digitale, lei vague lui furgonato. Questo forse più di tutto li ha immersi in una Francia silenziosa e profonda alla ricerca di persone e territori.

Visages Villages è il loro film, racconta il viaggio fatto insieme col furgone magico di lui, in giro tra paesi e volti. Era candidato all’Oscar come miglior documentario e Agnès l’Oscar l’ha ricevuto alla carriera davanti a una platea in piedi che la applaudiva e celebrava come una divinità. La Cineteca di Bologna lo distribuisce in Italia e il pubblico sembra restare incantato davanti a questa esplorazione di luoghi e scoperta reciproca. L’altro giorno in sala alla fine del film gli spettatori hanno applaudito. Io ferma con le lacrime a capofitto.

Agnès Varda si porta addosso grandi pezzi di cinema, la Nouvelle Vague, l’onda felice che l’ha messa tra le poche, pochissime donne dietro una macchina da presa. Sa guardare ed è ancora lì con i suoi occhi limpidi e acquosi sul mondo. JR è un fotografo di strada, imprime corpi, gesti e poi ci riveste le facciate dei palazzi. Insieme vedono l’essenziale, piccolo modesto silenzioso e straordinario.

Girare questo film è stata un’avventura che forse ha incrinato entrambi. Le cose e le persone incrinate sono le più belle, vitali, corpose. E loro si sono incrinati.

L’idea era attraversare la campagna, paesi sprofondati nel lavorio invisibile, la costa atlantica segnata dalle infinite spiagge di sabbia fine, esposte alle lunghe e lente maree, interrotte all’improvviso da costoni di roccia a strapiombo. Persone storie e luoghi da guardare e basta. Che poi a guardarli si raccontano da soli e lo fanno anche meglio, con più incanto e meno intenzione.

E quindi partono. Certo Agnès ha bisogno di tempo pause e un ritmo tutto suo. JR è agile, frenetico. Ma non saprei dire chi dei due è più lavico incandescente tenace. Non hanno un progetto e non vogliono averlo. Non c’è una tabella di marcia, un itinerario, un canovaccio. C’è l’intenzione di andare, fluidi. Attraversano i villaggi della Provenza. Arrivano ad una miniera di carbone. Il paese è fatto di case mattoncini a vista, affastellate una all’altra, fuligginose di tempo. Con i volti rigati degli ex minatori, figli di minatori nipoti di minatori, rivestono le facciate di un’intera via, una teoria di cubi vuoti dove una donna abita sola, moglie figlia nipote di minatori anche lei.

Il fluire dei corpi mette in mostra ricordi, vite perdute, sperate. E così un paese dopo l’altro. Nelle campagne scoprono che gli allevatori bruciano le corna alle capre quando sono piccole, per evitare che combattano e si concentrino sul latte. Ma un’allevatrice testarda e solitaria pensa che le capre sono capre, hanno corna e lottano, d’altra parte lo fanno anche gli uomini. Il latte c’è lo stesso.

Corrono fino alle spiagge della Normandia, immense, vuote, scosse da venti furiosi frenati solo dalle scogliere alte e dritte. Da una di queste anni fa è precipitato un bunker tedesco ed è andato a piantarsi sbieco sull’arenile. È lì come un’opera d’arte e JR lo riveste con una foto scattata da Agnès in gioventù. A Le Havre incontrano i portuali, gente di durezza e spessore. Ma a lei non basta. Vuole conoscere le loro compagne, le fotografa e le fa imprimere da JR gigantesche tra i container, come fossero muse alle bocche di porto.

Agnès ha la vista offuscata da una malattia agli occhi e per tutto il viaggio ha sperato che lui mostrasse i suoi. Niente. Poi, quando la vede piangere per un incontro sperato e disatteso con l’amico di sempre Jean-Luc Godard, JR la stringe e li sfodera solo per lei.

Infine la fotografa minuziosamente, come a comporre una mappa. Occhi, mani, piedi. Allora il viaggio, ormai alla fine, prende un movimento inaspettato. Lo sguardo di Agnès, i suoi piedini delicati JR li imprime sui fianchi curvi di un camion cisterna. Perché viaggino.

Annotazioni: Agnès Varda è la regista di Cléo dalle 5 alle 7 (1962) e di Senza tetto né legge (1985) con il quale ha vinto il Leone d’Oro a Venezia. Da molti anni si dedica al documentario che preferisce a tutto. È stata e continua ad essere grande amica di Jean-Luc Godard. L’amore per il marito Jacques Demy, anche lui regista della nuova onda francese mancato nel 1990, è stato grande.

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