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I tartassati

Evasione ed elusione fiscale sono un problema reale, al di là di tutto ciò che si è detto e si dice. In estrema sintesi ci sono cittadini che pur sfruttando i servizi che lo stato mette loro a disposizione, non li pagano, o quantomeno non li pagano nella proporzione dovuta.

E’ un po’ come se andassimo al ristorante in comitiva e al momento di pagare il conto alcuni se la filassero “alla portoghese” o contribuissero solo in maniera ridotta. Il risultato immediato è che alcuni commensali dovranno pagare di più per compensare i furbi e la conseguenza a lungo termine è che il ristoratore probabilmente ridurrà le porzioni e la qualità delle portate, visto che è così difficile incassare il totale concordato.

Il rapporto cittadino/fisco nel nostro paese è storicamente ambiguo e conflittuale: i cittadini pagano il meno possibile e lo stato spesso spreca le risorse e concede privilegi odiosi usando le risorsa e tributarie in modo discutibile. Partiti e movimenti hanno spesso ottenuto consenso e voti favorendo le categorie e le corporazioni che rappresentavano, di volta in volta abbiamo sperimentato regimi di tassazione favorevoli agli agrari, agli artigiani, al pubblico impiego (non lasciatevi ingannare dalla forma, analizzate la sostanza!), ai professionisti… un santo in paradiso non si nega a nessuno. Ci sono categorie favorite sempre e comunque, come chi vive di rendite immobiliari e/o finanziarie, accanto a coloro che al contrario hanno sempre “pagato per tutti” come i lavoratori dipendenti del settore privato.

Nella realtà la lotta all’evasione è un terreno minato per qualsiasi forza politica, è uno dei grandi temi rispetto ai quali l’importante è salvare la forma e dare in pasto alla stampa ed ai telegiornali qualche caso eclatante, che tuttavia non rappresenta certo un cambio di atteggiamento radicale e tanto meno una soluzione. Si ricorre ad una normativa complessa, burosaurica, si assoldano funzionari senza concorso e spesso senza competenza e si parte con piglio arrogante a stanare l’idraulico infedele, guardandosi bene dal controllare chi gode di qualche sorta di protezione.

Se ne avvantaggiano e si arricchiscono immeritatamente i commercialisti, unici indispensabili sacerdoti capaci di districarsi nella giungla normativa, e ne beneficiano anche i grandi evasori, che usano strumenti raffinati come le società estere per eludere somme molto rilevanti.

Nel mondo anglosassone, per esempio, il principio che regola la lotta all’evasione è l’analisi della congruità del tenore di vita, degli acquisti e delle spese con il reddito dichiarato. Le analisi si estendono ad un periodo almeno quinquennale, per dare un valore attendibile all’analisi (chiunque potrebbe aver vissuto un anno da cicala o, al contrario, da formica) e ammette una certa percentuale di scostamento tra i valori ipotizzati induttivamente e i riscontri concreti: nella pratica se per esempio il tenore di vita di un soggetto indicherebbe un reddito medio negli ultimi 5 anni pari a, diciamo, 100.000 euro, il fisco accetta senza ulteriori accertamenti che la denuncia dei redditi si discosti fino al 20% per eccesso o per difetto e non interviene con misure sanzionatorie. Come dire che entro quei parametri si viene considerati sostanzialmente contribuenti onesti, del resto sappiamo anche che a livelli di reddito assimilabili spesso corrispondono tenori di vita diversi: l’importante è che non siano incompatibili. 

Questo atteggiamento è molto utile anche per individuare chi vive di attività criminali, in genere il divario tra il tenore di vita effettivo dei criminali e quanto dichiarano al fisco è inconciliabile.

Il governo attuale parla dell’abolizione del denaro contante, o meglio della sua forte riduzione, usando argomentazioni che vorrebbero definire questa misura come lo strumento principe per ridurre l’evasione fiscale, in realtà sappiamo che non è così. I soli risultati certi saranno quello di ingrassare le banche che incassano una provvigione da ogni operazione fatta con bonifici, carte di credito e bancomat, e quello di aumentare il controllo su tutto ciò che facciamo. 

Le grandi società che gestiscono il denaro elettronico vendono i nostri dati e le relative informazioni ai colossi multinazionali che ci profilano con sempre maggiore precisione e con invadenza inquietante, per proporci acquisti mirati, motivarci a comportamenti economici di loro gradimento e classificarci in base alla nostra solvibilità.

Diventeremo meno liberi, saremo più controllati e dovremo pagare la gabella alle banche per ogni operazione. E la privacy? E il diritto di usare il denaro per fini leciti senza controlli esterni? E le coercizioni da parte delle multinazionali che ci schedano e che, per esempio, ci faranno pagare le assicurazioni sanitarie in proporzione alla salute prevedibile visto che hanno tutte le informazioni (anche genetiche) su di noi e sul nostro gruppo familiare? Evidentemente non c’è problema, ce lo garantiscono i politici intelligenti, come Laura Boldrini, l’importante è usare le parole “presidenta o dottora”: perché è sull’eroica battaglia lessicale che si gioca il futuro del genere umano.

E’ l’Unione Europea? Beh, lì c’è David Sassoli, il santo protettore delle lobby, quello che ha definito legittime ed apprezzabili le pressioni (e la corruzione) dei grandi gruppi economici nei confronti dei parlamentari. Se poi i grandi gruppi chiedono sgravi fiscali e denaro gratis… mica è colpa sua. Fa pensare a Jessica Rabbit: non è cattivo, è che l’hanno disegnato così.

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