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Il cinema italiano era ardente

Per una volta esco dalla sala buia e mi immergo nelle pagine di un libro. In fondo non mi allontano molto perché è un libro di cinema e dunque resto nei pressi dello schermo.

Assecondo questa tentazione perché la lettura di Gian Maria Volonté di Mirko Capozzoli, uscito da poco per Add Editore, non è solo un racconto accurato e profondo del grande attore ma è un viaggio nel cinema italiano e in tanti passaggi intensi del nostro paese. Una lettura che consiglio di tutto cuore, perché non ha il sapore del saggio ma del romanzo di una vita e di un tempo.

Una delle prime riflessioni che hanno fatto capolino durante la lettura è una domanda: perché il cinema italiano è diventato trasparente? Subito mi ha preso una struggente nostalgia. E la nostalgia, quando è struggente, è bella morbida un po’ pungente e riempie, come un liquido che prende la forma del contenitore che lo tiene, perché va a occupare tutto lo spazio disponibile. Ho lasciato lì la domanda, sospesa. Per trovare una risposta dovevo almeno arrivare all’ultima pagina del libro e lasciare andare libera tutta quella nostalgia.

Gian Maria Volonté è stato uno dei più grandi attori italiani. Era un uomo riservato e allo stesso tempo ardente, fiammeggiante. Mirko Capozzoli lo tratteggia con precisione, come si fa con gli orizzonti da cui non possiamo distogliere lo sguardo. Lo racconta con parole avvincenti, adatte a una vita avventurosa. Ed è questo che mi piace del libro. Il ritmo galoppante di una lunga corsa che dai primi anni del Novecento arriva al 1994, quando Gian Maria Volonté muore. Era nato nel 1933 ma il suo racconto inizia prima, con il padre, un uomo ingombrante, fascista convinto che aveva partecipato con zelo alla guerra d’Etiopia, tra i primi a progettare una reazione alla caduta del fascismo e infine, nel 1946, condannato a trent’anni di carcere per aver causato la morte di tre persone durante alcuni rastrellamenti.

Gian Maria se lo portava addosso in un silenzio assoluto. Da lui era scappato dopo aver lasciato la scuola e con questa fuga verso la Francia era cominciato il viaggio che sarebbe durato tutta la vita. Forse è un po’ semplice dire che Gian Maria Volonté era comunista in opposizione al padre, un pensiero diffuso. Di certo ha guardato orizzonti opposti ai suoi, ha creduto in una libertà di pensiero e azione molto distante dalla sua. Lo ha fatto con grande fatica e una frenesia di vivere toccante e rara. Soprattutto ha messo la sua visione del mondo nell’arte dell’attore, geniale, folle, potente, unico, carnale.

Il libro si sofferma a lungo sui dettagli dei primi passi, giovanissimo, come attore nelle compagnie teatrali itineranti sui Carri di Tespi. Una dimensione che gli dava sollievo, tenendolo sempre in movimento e mai appagato. Poi l’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, fondata e diretta da Silvio D’Amico, e ancora teatro a profusione. La televisione gli arriva addosso nel 1959 per caso, e per la necessità di scrollare via la miseria di un pasto al giorno, con lo sceneggiato L’idiota tratto da Dostoevskij; allo stesso modo il cinema, un anno dopo. Ma da subito Gian Maria non fa nulla a caso, sui canovacci e sui ruoli mette sempre un ragionamento e quando il cinema lo porta all’apice, spesso rifiuta parti con cachet altissimi per stare nella sua coerenza. Quella di un impegno urgente verso i fatti cruciali del mondo in cui vive, un impegno politico. Ma non crede alla definizione di un cinema politico, perché ogni film è sempre politico.

Non sapeva vivere diversamente se non scavando nei personaggi che metteva in scena. Credeva profondamente in loro, era loro. L’attore Carlo Cecchi dice che il meglio di sé Gian Maria lo metteva nei personaggi che stavano “dalla parte del male”. Ruoli aspri, contraddittori, che gli consentivano però di essere pienamente se stesso, di dare voce a buio e silenzio.

Spargo come fossero manciate di stelle un po’ di titoli. Prima di tutto Per un pugno di dollari (1964) e Per qualche dollaro in più (1965) di Sergio Leone, perché sono western e Volonté ha ruoli spietati, film che a rivederli si piange dalla commozione e dalla gioia. Poi Un uomo da bruciare (1962) dei fratelli Taviani e Valentino Orsini, Le quattro giornate di Napoli (1962) di Nanni Loy, L’armata Brancaleone (1966) di Mario Monicelli, Quién Sabe? (1967) di Damiano Damiani, di nuovo un western. E ancora cito, in una carrellata che lascia fuori tanti film straordinari, I sette fratelli Cervi (1968) di Gianni Puccini, Sotto il segno dello scorpione (1969) dei Taviani, fino a veri capolavori come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) – forse il più bello di tutti –, La classe operaia va in paradiso (1971) e Todo modo (1976) di Elio Petri, Uomini contro (1970), Il caso Mattei (1972) e Cristo si è fermato a Eboli (1979) di Francesco Rosi, Sacco e Vanzetti (1971) e Giordano Bruno (1973) di Giuliano Montaldo, Il caso Moro (1986) di Giuseppe Ferrara. Gian Maria Volonté è morto in Grecia, a Florina, alle pendici dei monti della Macedonia, per un attacco cardiaco, mentre girava Lo sguardo di Ulisse (1995) di Theo Angelopoulos.

Vedere o rivedere i film di cui è stato protagonista o dove ha avuto anche solo uno spazio minimo, è un tuffo in uno dei periodi più belli del cinema italiano. Quel cinema che ora, nei registi e nelle storie di oggi, a me pare trasparente.

I motivi, condivisibili o no, mi sono molto chiari. La sensazione di storie raccontate con occhi niente affatto fiammeggianti. E non credo sia una questione di contenuti, perché tutto vale la pena di essere raccontato se solo balugina uno sguardo inedito nel farlo. Motivi chiari ma per nulla definitivi. Una cosa l’ho imparata molto bene da tutti i film che ho visto nella vita ed è che la visione cambia di continuo. Quello che ora a me pare trasparente, forse tra qualche anno avrà un sapore e un colore. È sempre così, il tempo ci lavora sopra e lavora su di noi, scavando solchi e rendendo avvincente quello che prima ci sembrava noioso e piatto, o il contrario. Credo accada perché, pur essendo di carne e di ossa, siamo mutevoli come il liquido che prende la forma di cui sopra.

Annotazioni: Mirko Capozzoli è scrittore, montatore e regista. Ha dedicato molto tempo e spazio a Gian Maria Volonté, oltre che in questo libro, anche durante gli studi con una tesi di laurea su di lui e poi con il documentario Indagine su un cittadino di nome Volonté (2009). La biografia Gian Maria Volonté è preziosa anche come fonte inesauribile per ricostruire percorsi e circostanze di tanti attori, attrici, registi e atmosfere di un’Italia prima fascista, poi liberata, esplosa nel boom, fermentata negli anni Sessanta, di piombo nei Settanta, decadente in molte altre circostanze dopo.

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