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Il crogiuolo disperato di Cafarnao

Zain ha dodici anni. Ha portato in tribunale i suoi genitori. Gli ha fatto causa per averlo messo al mondo.

Parte così Cafarnao della regista libanese Nadine Labaki, uscito giovedì nelle sale italiane.

Zain vive a Beirut con la sua famiglia e con il resto della città, perché lui come migliaia di altri bambini è figlio delle strade, vaga nel caos e nella deriva di un formicaio brulicante e disperato. Zain è arrabbiato, molto arrabbiato con i suoi genitori. Lo hanno messo al mondo e lasciato a se stesso. Non riescono, non sanno, non possono essere amorevoli con i loro figli, sono impegnati a sopravvivere.

L’inferno sulla terra ognuno di noi se lo immagina, magari lo sente leggendo, lo vede guardando, ma nessuno di noi, qui ora, sa cos’è l’inferno sulla terra. Questo film ce lo fa vedere con un impatto certamente emotivo fortissimo ma, soprattutto, con una documentazione accurata e feroce.

Quando si parla di bambini e si mostrano in tutta la loro naturalezza, si toccano sempre corde sensibili, delicate, fragili, empatiche. Nadine Labaki racconta la storia di Zain osservandola, seguendola. Un vero pedinamento dentro i cunicoli di Beirut. La macchina da presa segue lui, i suoi fratelli e sorelle, gli adulti, le persone che Zain incontra, la folla del mercato, tutti, quasi con uno sguardo etnografico e con una partecipazione lucida e amorevole allo stesso tempo.

Questo film guarda la realtà e sa raccontare una storia tragicamente avvincente. Penso che Nadine Labaki sia una regista sensibile e presente alla vita, e Cafarnao un film forte e bello.

Il titolo richiama il significato di questa parola che sembra muoversi quando la pronunciamo. Cafarnao è un’antica città della Galilea, ma nell’accezione comune descrive una situazione di caos estremo, un luogo dove sono ammassate cose e persone in totale confusione. È proprio l’anima del film.

Ci sono lunghe riprese dall’alto di Beirut, colpi d’occhio che restituiscono la città in tutta la sua crudezza. E lo vediamo bene l’inferno, il brulicare di edifici fatiscenti, baraccopoli che sembrano di carta, e le persone, tante, ammassate, ferme o in movimento, alla ricerca di tutto che poi è niente, perché non hanno niente.

Zain se ne va di casa dopo che i genitori consegnano in sposa la sorella Sahar di undici anni a un adulto che la vuole e la può mantenere. Sahar è forse l’unica della famiglia che Zain ama profondamente. Con i suoi dodici anni presunti – perché i genitori non l’hanno registrato alla nascita e non si ricordano bene quando è nato – Zain cerca di strappare la sorella al destino, ma non può. E se ne va pieno di dolore disperazione e rabbia.

Le risorse dei bambini sono giacimenti preziosi, le osserviamo con stupore solo perché crescendo dimentichiamo di averle, come scordiamo un sacco di altre cose.

La ricerca di Zain, non di una vita migliore, ma proprio di una vita, lo incastra nella disperazione e lo fa tornare a casa. La narrazione oscilla tra il viaggio di Zain, un lunghissimo flashback, e il tribunale. Il ragazzino è nel carcere minorile di Beirut, dove sconta cinque anni per aver accoltellato il marito di Sahar. È da lì che denuncia i genitori.

Quando il giudice chiede a Zain cosa vuole da loro, non ha dubbi: voglio che smettano di fare figli.

Guarda sua madre, ancora una volta incinta, è provato e lucido dicendole, questo bambino sarà come me.

Annotazioni: Zain al-Rafeea è l’attore che interpreta Zain. È un profugo siriano, viveva a Beirut. Dopo la celebrità e il Premio della Giuria vinto a Cannes 2018, vive con la famiglia in Norvegia, dove studia e ha ottenuto il diritto d’asilo. Zain è un bambino nel mondo.

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