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Il far west dei fratelli Sisters

Ricorderò molte cose di questo film. Un sapore sporco, un odore anche. Di terra sudore e sangue. E ricorderò la musica, note basse di pianoforte, pulite e forti come gli zoccoli dei cavalli su un terreno aspro.

I cavalli, ricorderò i cavalli, essenziali fin dalle prime scene, emanazione naturale e potente degli uomini, in un’epoca e in una terra in cui sono connaturati al paesaggio, al passo, al piede, alla sopravvivenza.

I fratelli Sisters di Jacques Audiard lo ricorderò per un sapore far west che da tanto tempo non sentivo e che, posso dirlo, mancava. L’epopea western è finita da molto, il cinema l’ha celebrata a lungo e con sguardi profondi, crudeli, romantici, idealizzati, avventurosi, controversi. Un genere che ha nutrito pensieri sogni e fantasia di generazioni intere.

L’ho sempre amato molto perché nel western c’è tutto. Il bello e il brutto della vita, gli eroi e gli antieroi, i nostri e i nemici, l’amore e l’odio, la paura e il coraggio, il potere e la soggezione. E c’è il viaggio. È forse il sistema più denso di dicotomie che l’immaginazione possa concepire. Nel western è tutto così o bianco o nero che arriva, come un istinto naturale, la tentazione di spaccare e rimescolare tutti i dualismi che si porta dentro. Come se vederli e romperli fosse l’unico modo per afferrare tutte le sfumature incuneate tra quel bianco e quel nero.

E I fratelli Sisters è proprio così. Un film avvincente che graffia come gesso sulla lavagna inequivocabili bianchi e neri, e poi ti invita a riconoscere mille dettagli, venature e toni.

Charlie ed Eli Sisters sono fratelli nell’Oregon del 1851. Lavorano per il Commodoro, figura vaga ma disegnata con la scure: è il potere forte. I Sisters viaggiano, si muovono, stanano e risolvono gli affari e gli ostacoli sul cammino del capo. Sono alla ricerca di Hermann Warm, un piccolo uomo che viaggia verso le terre dell’oro con in mano una formula chimica per estrarre il minerale senza fatica. A precederli per intercettare e trattenere Warm c’è John Morris, sempre al soldo del Commodoro ma con modi meno sbrigativi, un uomo di ragionamento e di gusti intellettuali.

In una corsa ritmata alla perfezione, cadenzata da dialoghi ruvidi e poetici insieme, i quattro si rincorrono, ricompongono e disperdono in un movimento cinematografico di grandissima intensità.

E tutto è funzionale al racconto di un’epopea, della dura legge senza legge nelle terre selvagge e della nascita di una nazione, quella americana, che ha questo come imperativo: la conquista di spazi, il farsi da sé vita e leggi, giustizia e orizzonti.

L’ampiezza dell’America è proporzionata allo sguardo. In nessun altro luogo e tempo diverso dalle terre del selvaggio west questa sensazione è visibile, tattile, odorosa. Un luogo e un tempo in cui le distanze si misurano in giorni a cavallo.

E poi c’è quel Sisters. Che è il cognome dei due fratelli ma è anche una parola che connota. Eli e Charlie sono fratelli nel profondo, sono fratelli sorelle.

È il secondo saporoso aspetto del film. Il viaggio non è funzionale solo al racconto di un’epoca, ma ai rapporti umani. I Sisters sono sanguinari, selvaggi, inseguono le prede, le stanano e le uccidono. E sono sempre prede umane. Ma sono anche fratelli e vivono in un istinto di protezione reciproca. Li ha messi vicini il caso, non si sono scelti. Hanno temperamenti diversissimi ma il sangue li unisce. Charlie è il più piccolo ed è il capo, ha un agire imperioso e volitivo. Eli è il primogenito, è riflessivo e si muove con uno spirito di adattamento e accudimento. Insieme sono il bianco, il nero e tutte le sfumature nel mezzo.

Ancora dicotomie. Audiard disegna un viaggio feroce e vitale. Lo fa attraverso tutte le figure più tipiche del racconto avventuroso e, con uno scarto avvincente, mette davanti agli occhi una vera umanità. Un invito appassionato: andate a vedere questo film.

Annotazioni: il film è soprattutto una produzione europea. Ha vinto alla Mostra del Cinema di Venezia 2018 il Leone d’argento per la migliore regia. La sceneggiatura, dello stesso Jacques Audiard, è tratta dal romanzo The Sisters Brothers di Patrick DeWitt. La musica è di Alexandre Desplat, autore di tantissime e intense colonne sonore. John C. Reilly (Eli) e Joaquin Phoenix (Charlie) sono, non solo bravissimi, ma calati in una sorta di fratellanza simbiotica di grande forza.

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