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Il patrimonio “invisibile” dei caveau negli scatti di Mauro Fiorese

E’ stato presentato al Palazzo della Ragione a Verona, Galleria d’arte moderna Achille Forti il catalogo bilingue italiano/inglese della mostra “Treasure rooms” di Mauro Fiorese.

Il bellissimo volume edito da Franco Cosimo Panini, propone i ventisei caveau di grandi musei italiani negli scatti del fotografo veronese, oltre alle voci dei Direttori e Conservatori delle stanze del tesoro visitate e ritratte dall’artista, con i contributi critici delle curatrici della mostra  Patrizia Nuzzo, Curatore Responsabile delle Collezioni d’Arte Moderna e Contemporanea della GAM e Beatrice Benedetti, Direttore Artistico della galleria Boxart,  i testi di Alessandra Mottola Molfino, una delle voci più autorevoli della museologia italiana e di Tiziana Maffei, presidente ICOM (International Council of Museums) Italia, che ha concesso il patrocinio alla mostra di Mauro Fiorese.

L’esposizione verte sulla serie fotografica Treasure Rooms di Mauro Fiorese (Verona, 1970-2016), artista d’origine veronese, riconosciuto a livello internazionale e scomparso prematuramente tre anni fa.

I ventisei scatti della serie, messi a disposizione dalla Galleria Boxart di Verona che ha sostenuto ed ideato  il progetto con il fotografo,  sono stati realizzati nell’arco di tre anni dal 2014 al 2016 e hanno ritratto i depositi dei maggiori musei italiani, in tutto tredici, tra i quali: il Museo di Castelvecchio a Verona, la Galleria degli Uffizi a Firenze, la Galleria Borghese a Roma, il Museo Archeologico Nazionale e  quello di Capodimonte a Napoli, il  Museo Correr a Venezia, il  MART di Rovereto.

L’introduzione al percorso espositivo accompagna lo spettatore dietro le quinte del progetto, attraverso immagini e proiezioni video inedite, riavvolgendo idealmente la pellicola di tre anni di viaggio (2014-2016) all’interno dei Sancta Santorum della grande bellezza italiana.

«È importante scoprire i depositi d’arte del nostro paese, proprio per quello che sono: scrigni invisibili di storia e di cultura. Maturare la consapevolezza del loro valore significa fare già un importante passo nella cura che essi richiedono».

Quelle di Fiorese sono immagini che richiamano la pittura “alta”, grazie alle scelte compositive, alle pennellate di luce, ma soprattutto alla stampa fine art su carta cotone, racchiusa in vetri museali e cornici lignee con targhetta ottonata che diventano parte integrante dell’opera, conferendo un astratto stile solenne.

Immagini di grande fascino che raccontano l’enorme parte invisibile dei grandi Musei. Un “sommerso” che offre linfa all’emerso e che conferma la ricchezza dei patrimoni museali.

La stragrande maggioranza dei musei italiani in questo è in linea con le grandi istituzioni estere, dall’Hermitage di San Pietroburgo, al Guggenheim di New York, al Prado di Madrid e al British Museum di Londra, nell’esporre una quota molto esigua delle grandi risorse conservate.

La mostra, oltre a presentare per la prima volta la serie completa Treasure Rooms di Mauro Fiorese, invita il visitatore a riflettere sulle funzioni chiave dei depositi e sul loro potenziale: da quello fisico di accumulazione delle opere alla necessaria catalogazione, dall’interscambio inteso come l’osmosi tra visibile e invisibile fino alla magia di cui sono carichi questi «serbatoi di sorprese» (la definizione è di Salvatore Settis) restituita dai ritratti di luoghi di Fiorese.

La mostra è anche un omaggio alla straordinaria storia dell’arte italiana e svela il grande lavoro svolto dietro le quinte dei musei d’eccellenza.

L’essenziale è invisibile agli occhi, nonostante la potenzialità dei depositi museali: “Si tratta di luoghi di conoscenza assolutamente vitali per un museo e di servizi essenziali per lo sviluppo della ricerca scientifica e della sperimentazione tecnologica alla base di ogni iniziativa di valorizzazione delle collezioni, sottolinea Francesca Rossi, Direttore dei Musei civici di Verona, la definizione “deposito museale” non rende più realmente ragione della funzione che questi luoghi svolgono”.

Infatti anche quando non si arriva alla creazione di depositi visitabili o di gallerie secondarie, come ne esistono soprattutto all’estero, si tratta comunque di “depositi attivi” e di spazi che occorre rendere sempre più accessibili al pubblico.

“Il progetto artistico di Mauro Fiorese, afferma la curatrice Patrizia Nuzzo, porta alla luce, attraverso l’obiettivo fotografico, i luoghi in cui sono conservati i capolavori dell’arte italiana, svelandone la maestosità: veri giacimenti di cultura tra i più cospicui al mondo. I depositi stessi, assurgono dunque al ruolo di opera d’arte nobilitati da ritratti di grande formato. Liberato dal pregiudizio, antico e ormai obsoleto, che lo vedeva o immaginava solo come ambiente polveroso, immobile e silente, il “caveau” è invece sempre più protagonista dell’attività vera di una galleria e ne traduce l’anima profonda”.

Ne risulta un’inedita serie di ‘paesaggi’ non tradizionali, che compongono una pinacoteca ideale, nata a sua volta dalla somma di opere nascoste, rompendo le resistenze di chi ha fatto entrare il fotografo nei depositi, per motivi di sicurezza per giustificato timore di furti.

«Lo sguardo neutro di Mauro Fiorese, aggiunge la co-curatrice Beatrice Benedetti, rappresenta lo strumento più adeguato per ricongiungere il visibile con l’invisibile. Le fotografie dell’artista colgono gli archivi con un approccio vicino al purismo della straight photography, ovvero della cattura diretta della realtà. Lo spettatore è immerso in spazi silenti, solo le scelte compositive dell’autore rendono percettibile l’emozione di questo “scavo”, per accedere a scrigni pressocché preclusi al grande pubblico”.

E’ un progetto molto coerente per presentare quello che non si vede, giocando molto sui contrasti, e Mauro Fiorese è stato bravo a mescolare l’alto ed il basso, le giuste angolazioni, l’uso perfetto della luce e della tecnica della sua Hasselblad a pieno formato, perché  le collezione di studio hanno tantissimo da dire e se i depositi se non sono in ordine tutto il corpo sta male.

La sua opera non è riproducibile, la cornice fiamminga fa parte dell’opera, con tanto di targhetta e questo non è voyeurismo o vanità, ma una operazione concettuale dal punto di vista artistico, in quanto Mauro racconta la storia dei musei, ed il titolo del catalogo è stato scelto volutamente in inglese dal fotografo, perché i musei hanno bisogno di una apertura in tutti i sensi.

Per fare ciò Mauro si è fatto aprire i depositi, per un progetto nato non su commissione,  ma co-pensato con la Galleria Boxart, in depositi che per motivi di sicurezza cambiano la password ogni giorno.

C’è un aspetto poetico della fotografia nelle sue opere,  perché osservava la realtà sotto forma di poesia, come metafora di ciò che non si può dire, con precisione tecnica nella fotografia, ma anche disordine che in lui era segno di precarietà, per la malattia che lo stava consumando.

Di fianco alle opere esposte sono scritte queste parole del fotografo: “Con questo progetto vorrei fare riflettere sull’aspetto della ricchezza e della conservazione del nostro patrimonio, non mi importava l’emerso, ma tutto ciò che in quello stesso luogo non era visibile ai nostri occhi”.

Da fotografa mi dispiace molto non averlo potuto conoscere.

La mostra è visitabile fino  al 22 settembre 2019, dal martedì al venerdì dalle ore 10 alle 18, il sabato e la domenica  dalle ore 11 alle 19, il lunedì è chiuso.

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