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Il privilegio del tatto

È un film bellissimo. Una storia delicata, forte, appassionata, fragile. Raccontata benissimo. Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino è arrivato come un’esplosione.

Tre giorni prima di uscire nelle sale ha ricevuto quattro candidature agli Oscar e tutti l’hanno definito il film italiano dell’anno. Con l’Italia però c’entra poco – produzione, cast tecnico, attori – e Guadagnino da questo paese se n’è andato piuttosto inascoltato. Mi auguro davvero che vinca i quattro premi Oscar, li merita tutti. Ma l’Italia non ha molto da rivendicare, ha invece molto su cui riflettere.

In tempo di carestia, di siccità come una maledizione degli dei, Chiamami col tuo nome ha riempito i cinema e il pubblico l’ha onorato. Non si tratta di un fenomeno che arriva come un’onda anomala a svagare gli italiani. Si tratta di una storia d’amore e di crescita, di conoscenza, esplorazione, iniziazione alla vita. Si tratta di Elio e Oliver che in un sussurro del cuore dicono uno all’altro: chiamami col tuo nome, ti chiamerò col mio.

Chi nel 1983 era tra l’adolescenza e la giovinezza non può resistere all’impulso di ricordare e chiedersi: dov’ero nel 1983, cosa facevo, quali emozioni, divagazioni, tormenti stavo vivendo?

L’estate era sicuramente calda, la campagna consumata dall’afa, i grilli e le cicale riempivano l’aria di un chiasso assordante e i calabroni frullavano le ali come elicotteri. Tutto quello che sfiorava la pelle faceva volare il corpo e il cuore. E qui di cuore e di corpo si tratta. Della parte più intima di due persone, del loro venirsi incontro tra paura, esitazione, attrazione, estasi.

La storia parte dall’omonimo romanzo di André Aciman, è sceneggiata da James Ivory ed è difficile non percepire il suo tocco, qualcosa che aggiunge magia ad una narrazione già così delicata e potente. I luoghi, un indefinito sentore di nostalgia, qualcosa di antico, stratificato, sospeso in un’ampolla del tempo.

Siamo nella campagna italiana, una didascalia colloca la storia in una vaga Italia del Nord, ma poi fanno capolino Sirmione e il Lago di Garda. Tra campi di grano infuocati dal sole, edifici antichi, ruscelli e bolle d’acqua, Elio vive l’estate dei suoi diciassette anni nella casa di famiglia. Il padre è docente universitario, studioso appassionato di storia greco-romana, la madre traduce racconti meravigliosi che legge la sera a voce alta. Come quello di un principe e una principessa che si osservano, si sfiorano, fremono d’amore ma non osano e si tormentano nel dubbio: è meglio parlare o morire?

Il film è colmo di passaggi di tempo. Il padre di Elio ha un vero fuoco interno per tutto ciò che è antico e nella casa risuonano parole e pagine di storia che frullano come ventagli nel caldo; mentre la madre freme come una libellula nell’aria leggendo poesie. Tutto questo è cadenzato dalla musica che Elio suona al pianoforte, una punteggiatura inserita come il respiro tra le parole.

Ogni estate il cascinale delle loro vacanze ospita un giovane dottorando che prepara la tesi. Nell’estate del 1983 arriva Oliver e per Elio è una folgorazione. Le emozioni, i sensi, il cuore e tutto il corpo vengono travolti. I lunghi e lenti passi per arrivare a toccarsi saranno scanditi da quella domanda: è meglio parlare o morire?

Chiamami col tuo nome parla dell’amore che scivola e scorre senza limiti tra le persone. Parla del desiderio, quello dei corpi, del cuore e della mente. Parla anche del dolore, della necessità di attraversarlo senza timore. Lo dice a Elio suo padre. Gli ricorda che corpo e cuore ci vengono dati una volta sola e a lasciare spazio alla paura, il cuore si consuma rapidamente e il corpo troppo presto nessuno più lo guarda. Il privilegio di toccare chi si ama è un potente antidoto al rimpianto.

La magnifica dimensione nella quale Guadagnino ci porta, è quella delle cose come sono. Elio e Oliver si amano con tutta la delicatezza e la fisicità di cui sono capaci e non c’è un momento, uno solo, nel film in cui lo sguardo possa sentirsi confuso o smarrito.
Sono uscita dalla sala con la certezza che tutti nelle pieghe del corpo e del cuore dovrebbero poter sussurrare: chiamami col tuo nome, ti chiamerò col mio.

Annotazioni: le candidature agli Oscar sono per miglior film, miglior attore a Timothée Chalamet (Elio), miglior sceneggiatura non originale a James Ivory e miglior canzone a Sufjan Stevens per Mystery of Love. Il tocco di Ivory mi riporta alle sensazioni corporee e trasognate del suo bellissimo Camera con vista (1985). La regia di Luca Guadagnino si muove tra campi, fili d’erba, strade sterrate, pietre e accarezza tutti i sensi con il ronzio stanco dell’estate e il flusso dolce e frizzante dei rivoli d’acqua, fino a raggiungere la profonda intimità di due esseri. Il romanzo Chiamami col tuo nome di André Aciman è pubblicato da Guanda nella collana Narratori della Fenice.

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One Response to Il privilegio del tatto

  1. Cristiana Cristiana ha detto:

    Devo leggere il libro… condivido tutte le candidature…. ma ho forti perplessità per la sceneggiatura… l’ho trovata non all’altezza del resto. Vedremo come andrà a finire.
    Vai di consigli Elena ormai sei la nostra guida del weelend

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