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una questione privata taviani

In silenziosa contemplazione

I fratelli Taviani sono come un dipinto che un giorno, vedendolo, ci ha toccato il cuore. Ci siamo trovati lì davanti all’improvviso, un po’ distrattamente, e quello che sembrava un lento monotono girovagare per le sale espositive di una mostra, diventa un incanto che ci ferma. Il corpo sta eretto e morbido davanti alla tela. Un paesaggio denso di colori, un ritratto che sprigiona sentimento e sostanza, un oggetto che racconta semplicità e splendore.

Premessa lunga per dire che anche il loro ultimo film, Una questione privata, ha questo dono. Il dono di adagiarsi morbido su di noi, come i colori di una tela, e di sollevarci leggeri sopra le cose più pesanti.

Una questione privata di Beppe Fenoglio è stato pubblicato postumo, a pochi mesi dalla morte dello scrittore piemontese nel 1963, come d’altra parte tanti suoi scritti, Il partigiano Johnny compreso. Le pagine sono dense, sono lievi, forti, tenaci, sono andirivieni come i costoni delle Langhe su cui si arrampica Milton, il partigiano che va alla ricerca della sua “questione privata”.

Ritengo del tutto superfluo e fuori luogo fare un pistolotto – come ho fatto in altre occasioni – sul senso di trarre un film da un racconto scritto. Qui non serve. Perché i Taviani scorrono le pagine, le parole, le immagini mentali di ognuno di noi, componendo il loro quadro con pennellate che ti fanno dire: ecco, sì, sono i Taviani, li riconosco anche da un fermo-immagine, da un solo paesaggio, da un abito, da un’inquadratura. E senti che tra quelle pagine si sono addentrati con passo dolce e attento e con una visione del mondo che non corrompe. E così puoi leggere il libro, puoi vedere il film, e poi puoi tornare alle parole senza sentire il bisogno di trovare una necessità che li tenga insieme. E va bene così. Forse è questo il vero felice tradimento.

Milton si aggira tra le cime aspre e tenere delle Langhe d’autunno. Nel suo vagare ci mette continuamente davanti al senso della guerra, allo sfiancamento, al dolore, alla lotta partigiana. Ma prima di tutto ci accompagna nel suo abisso personale per comprendere o semplicemente lasciare andare Fulvia. I monti sono fumosi, i corpi stanchi e straziati, tutto intorno è essenziale, come dovrebbe essere la vita. Essenziale, cioè bastevole a se stessa. E non vuol dire che amare Fulvia, bella e sfuggente, sia stato un inciampo. Per Fulvia, Milton scriveva lettere di cui lei aveva bisogno ma che non le erano necessarie. E scriverle era stato un puro atto d’amore.

La guerra si porta via tutto, sempre si porta via la vita. Milton sguazza nella morte, dei suoi compagni, di uomini donne e bambini e nel cercare una soluzione alla sua “questione privata” è tentato di inzuppare se stesso in quella morte. Ma la morte non lo vuole.

C’è una magnifica sequenza in cui i fascisti lo inseguono e lui galoppa a grandi falcate lungo i pendii scoscesi e taglienti, rimbalza quasi, come una palla sparata a grande velocità. Ha perso la giacca e lui fluttua come un semaforo agile nella sua camicia bianca. È un bersaglio perfetto e mentre corre implora che colpiscano la testa, la sua testa. Ma niente, la morte non lo vuole. Forse, no. Almeno non in quel preciso istante, non nell’attimo in cui sorride e sussurra: “Fulvia, sono vivo. Fulvia, mi hai quasi accoppato”.

Annotazioni: le opere di Fenoglio sono quasi tutte pubblicate da Einaudi. Per chi ha voglia di leggere i racconti e i romanzi, esistono due abbordabilissime edizioni: Tutti i racconti e Tutti i romanzi. Tra i film di Paolo e Vittorio Taviani che mi piace ricordare ci sono: San Michele aveva un gallo (1972), La notte di San Lorenzo (1982), Il sole anche di notte (1990), Le affinità elettive (1996).

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