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Io sono un autarchico 2.0

I grandi tour operator, le agenzie viaggio che operano su vasta scala e che per anni hanno detenuto il monopolio dei pacchetti viaggio volo-hotel-autonoleggio, sono in crisi profonda.

Erano intermediari per molti versi preziosi, confezionavano prodotti sperimentati e, nella maggior parte dei casi, affidabili. Le piattaforme web li hanno scavalcati progressivamente, ormai anche gli analfabeti digitali, gli webeti come dice Mentana, acquistano il pellegrinaggio matrimoniale o la transumanza d’agosto con un paio di click.

A ben vedere questo processo di digitalizzazione del commercio ha investito tutte le operazioni di acquisto, dalla camicia cucita dagli schiavi minorenni e tempestivamente recapitata dalle amazzoni di Bezos al SUV fiammante “kmzero” selezionato con trepidazione dalla vetrina mediatica del piazzista più aggressivo.

Il canto delle sirene mondialiste, cui fa eco il coro dei connessi e contenti, ci vuole convincere che si tratta di uno straordinario progresso, che siamo seduti su una poltrona virtuale che ci permette di visitare in tempo reale il mega negozio planetario: cribbio (cit.) è meglio ancora dei centri commerciali, che tra l’altro hanno l’assurda pretesa di chiudere di notte!

E i prezzi? Vogliamo parlare dei prezzi? Tutto è diventato estremamente economico, ci spiegano con il loro mantra, abbiamo eliminato i commercianti-sanguisuga, possiamo trasferire istantaneamente il nostro denaro via carta di credito (le banche ringraziano) e farcire i guardaroba di abbigliamento usa e getta.

Ma le sirene sono sirene, non sono cattive è nella loro natura… sono come lo scorpione che punge il dorso della rana: loro cantano soavemente e non ci avvertono che ci sono gli scogli, che l’approdo è pericoloso.

Questo processo di globalizzazione, che sul piano culturale è la cosa più oscena che si possa immaginare, coincide con l’annullamento delle straordinarie differenze culturali che l’uomo ha prodotto nei secoli. Ci vogliono tutti uguali per semplificare il processo di colonizzazione economica, diventeremo cloni stupidi della specie “homo globalis”, individui omologati cui vendere gli stessi prodotti in quantità inimmaginabili, dandoci l’illusione che la nostra individualità sia fieramente difesa dal colore della cover dello smartphone.

Personaggi di alto spessore culturale, come Laura Boldrini per intenderci, si stracciano le vesti se non ci si allinea all’ortodossia lessicale transgender, ma non battono ciglio rispetto a questa orribile pianificazione razzista che di fatto elimina qualsiasi identità locale: appoggiano apertamente la pulizia etnica culturale che l’Unione Europea persegue e che sta applicando, per esempio, alla popolazione greca.

E queste benedette sirene non ci dicono nemmeno che il processo di moltiplicazione dei pani e dei pesci benevolmente elargito grazie alle multinazionali ha un costo insostenibile per il pianeta: a forza di mangiare quinoa e avocado, il sacro cibo senza cui non si può assistere alle fatiche cinematografiche della Ferragni, né tanto meno affrontare le pagine pregne di cultura della De Lellis, stiamo disboscando le foreste pluviali e se questo ci rattrista (?) dobbiamo comunque moderarci con le lacrime perché anche i fazzoletti di carta sono fatti di cellulosa, per non parlare delle pochette di cotone da 2 Euro, confezionate in Bangladesh e colorate con sostanze velenose allegramente scaricate nei fiumi.

Dai, ripetetemi che “è così che va il mondo”…

La foto con il bambino è di Leonardo Bertoncello

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