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La banalità del pene

“Una peste abominevole”. Così Ariosto, nell’Orlando Furioso, definisce la violenza dell’uomo contro la donna. Nella Giornata contro la violenza sulle donne, l’editoriale di Sandro Marchioro.

Sono contro la violenza sulle donne. Sono contro la violenza. Sono contro.

Ecco, adesso che ho dato il mio oboletto all’ennesima ricorrenza laica fissata dal calendario, che a nulla porta come accadeva nel passato per le feste religiose, e che del pari a queste condivide una ritualità vuota pur su una base di forte significato etico, vorrei parlare di Ludovico Ariosto: che dedica le prime tre ottave del quinto canto dell’Orlando Furioso alla violenza sulle donne. Tra tutti gli animali che sono in terra, dice Ariosto, il genere umano è l’unico in cui il maschio semina dolore e violenza sulla donna: una peste abominevole, la definisce, fatta d’ingiurie e di sangue e diffusa da un essere che non si può definire uomo, ma uno spirito dell’inferno.

Lo dava alle stampe esattamente 500 anni fa, quel testo. Un antesignano delle battaglie civili contro la violenza sulle donne? Non proprio. Piuttosto un fine letterato che ripete schemi concettuali e poetici già presenti in autori latini, Ovidio e Tibullo in particolare. Quindi, per quanto sia evidente che Ariosto (e Ovidio e Tibullo) davano comunque espressione ad un sentimento esistente, non è da oggi che voci autorevoli sollevano un problema angoscioso cercando di dare un contributo alla sua soluzione, senza però riuscirci concretamente.

Le anime belle ci sono sempre state, hanno prodotto arte, movimenti politici e battaglie ideali ma raramente hanno sconfitto quelle declinazioni del Male che sono i diversi modi di ricorrere alla violenza per difendere una posizione di superiorità o per rivendicare una forma paranoide di giustizia (da distinguere nettamente dal ricorso alla violenza a fin di bene, che pur è esistito ed esiste).

In tutto il mondo oggi migliaia di persone si attiveranno per contrastare la violenza sulle donne: è una cosa buona, anche se tutti sappiamo che contemporaneamente centinaia di donne verranno vilipese se non uccise proprio da quella violenza e lo stesso accadrà domani e domani ancora. Una violenza trasversale a classi sociali, condizioni economiche, spessore culturale: incomprensibile e concettualmente imprendibile proprio per questa sua trasversalità.

Che artisti e poeti di epoche molto lontane dalla nostra abbiano sollevato il problema dice una cosa limpida: c’è un nucleo profondo, probabilmente biologico, da cui la violenza dell’uomo sulla donna sgorga; è un assetto mentale indagato e restituito da schiere di psicologi, sociologi e analisti vari, che però resiste ferreo al mutare delle culture, delle mentalità, delle condizioni sociali e che non si sconfiggerà mai con le “giornate” dell’Onu o di chicchessia ma con una tenace, insistita e maniacale attenzione all’educazione, un’attività quotidiana rivolta a chi sta crescendo (chi è già cresciuto ormai è perso) e che porti a smontare pezzo dopo pezzo la complessità del rapporto uomo donna soprattutto nelle sue componenti affettive e sessuali, terreno su cui si svolge di preferenza quella che Darwin chiamava “battaglia per la vita”.

Tra le molte scempiaggini che i movimenti femministi concentravano in slogan, ce n’era una che col tempo ho imparato ad apprezzare: il pene è semplice, la vagina complessa. E’ la radice di una costellazione di diversità da cui dovremmo partire per smontare una mentalità fatta di confronto scontro e per sostituirla con processi di incontro confronto.

La sessualità però continua a farci paura, ovviamente perché innerva tutta la nostra personalità: ma se avessimo la forza di allevare una generazione in cui la differenza diventa forza, la sessualità creatività e l’affettività incontro, potremmo avere l’occasione di insegnare a trasformare la battaglia per la vita in una battaglia “con” la vita. L’obiettivo è arrivare a considerare (anzi: a sentire, naturalmente e istintivamente come un respiro), uno schiaffo una mostruosità, un’offesa una mortificazione a se stessi, un omicidio come un suicidio.

E’ un processo lungo e tortuoso, complicato perché non dipende dal varo di leggi specifiche (o comunque non solo), ma dalla voglia di cambiare che ciascuno di noi sarà grado di attivare. Dalla stanchezza, anche, di vivere in un mondo in cui l’abominio si sbrana la bellezza. Proprio quello che volevano dire i poeti di cui parlavamo prima. I poeti notoriamente non contano un cazzo, però bisognerebbe ascoltarli: sennò davvero vince lo “spirto de l’inferno”.

Sandro Marchioro

(L’immagine è tratta da una pubblicità americana degli anni Cinquanta) 

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