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La natura delle madri, a Venezia 76

Un lungo – circa venti minuti – bellissimo piano sequenza apre Madre di Rodrigo Sorogoyen, in concorso nella sezione Orizzonti.

È un piano sequenza costruito attorno a un dramma, che si consuma nello spazio di quei venti minuti, e attorno alla protagonista, Elena. È appena rientrata a casa quando il telefono squilla e all’altro capo c’è la vocina del figlio di sei anni. Lei è in Spagna, lui in vacanza con il padre su una spiaggia francese.

La gioia iniziale di sentirlo in pochi istanti diventa terrore. Ivan è solo, il padre si è allontanato per andare a prendere un gioco scordato nel camper parcheggiato lontano, gli ha lasciato il telefono e sulla spiaggia non c’è nessuno. Elena bombarda il piccolo di domande e cammina nervosa per la casa, la macchina da presa la segue senza mollarla mai. Ivan piange, il telefono è quasi scarico, poi vede un uomo che lo guarda e lo invita ad avvicinarsi. Elena diventa un pezzo di marmo. Dice al bambino di correre lontano e nascondersi, lui corre ma l’uomo lo raggiunge.

È l’ultima cosa che Elena sente. Poi la linea cade. In preda all’angoscia chiama la polizia. La macchina da presa continua a seguirla mentre prende la borsa, le chiavi dell’auto e parte per la Francia.

Stacco.

L’inquadratura si apre su una bellissima enorme spiaggia in un giorno di fine estate. E il baratro lo senti quando sai che sono passati dieci anni.

In un attimo qualunque speranza che Elena abbia ritrovato Ivan, si annienta. E un dolore sordo ti stordisce.

Questa è la storia di una madre che non sa più niente del suo bambino. Il regista spagnolo Rodrigo Sorogoyen con delicatezza e una forza prorompente racconta la lenta risalita da un dolore come questo. Che non è compensabile in nessun modo. C’è solo da dargli una forma e un posto dove stare.

Dieci anni dopo Elena vive su quella spiaggia. Lavora in un ristorante per turisti, ha un compagno e tutti i giorni passeggia sulla battigia pensando a Ivan.

È intontita dal dolore. Lo tiene lì, a passeggio sul bagnasciuga da dieci anni. Poi, un giorno vede Jean, un adolescente in vacanza con la famiglia. Sa che non è Ivan ma desidera fortemente che lo sia.

Ecco, la vita di Elena comincia a muoversi da qui. Dal tenero rapporto con Jean che scorre ibrido come tutte le cose dolorose. L’amicizia tra loro scatena piccoli inferni nel mondo intorno. Ma quello di Elena è l’amore di una madre e rimane tra le nostre mani come una cosa pura, fino all’ultima scena del film.

La storia, difficile e delicata, prende forma dallo sguardo del regista sui protagonisti. Come per il piano sequenza iniziale, tutto il film trova senso e brillantezza nelle inquadrature, negli spostamenti della macchina da presa, nel viso di Elena e nei movimenti del suo corpo. Bravissima l’attrice Marta Nieto.

Anche Ema è una madre, quella raccontata da Pablo Larraín, in concorso a Venezia 76.

Tra i film in gara visti finora, metto questo nel piccolo gruppo di quelli che mi hanno appassionato di più. Con Joker su tutti e J’accuse.

Forse Ema è meno immediato. Vive dell’immaginario del regista che ci ha abituato a tutto e al suo contrario – da Fuga (2006) a Jackie (2016) il passo è molto lungo. La sua visionarietà è qualcosa che macera lentamente. Davanti ai suoi film resta sempre un ampio spazio per pensare.

E anche Ema sta lì a decantare. Sì, Larraín racconta lo sguardo sul mondo di una madre, le sue imperfezioni e i suoi sogni. Ma sceglie di partire da un rifiuto. Ci porta nella vita di una giovane ballerina, sposata ad un coreografo più grande di lei di dodici anni. Vivono in Cile a Valparaíso, hanno adottato Polo, un bambino colombiano, ma hanno rinunciato a lui.

Polo è un ragazzino inquieto e nell’ultima sua provocazione ha appiccato un incendio che ha ustionato il viso della sorella di Ema.

Ce la presenta così questa madre immatura, che a tratti potrebbe sembrare la sorella maggiore di Polo. Come una donna disorientata, in crisi con il marito, inadeguata a tutto tranne che a ballare.

La danza è la sua vita e credeva che anche Polo lo fosse. Non è facile da metabolizzare questo film. Soprattutto perché il regista va a ruota libera e racconta la femminilità nei percorsi più impervi. Ema è disorientata, almeno ci appare così fino a un certo punto. È anche molto forte e lo vediamo quando danza, quando decide, quando ci accorgiamo che si è data un orizzonte preciso. Tutti la giudicano per aver rinunciato a Polo e allo stesso tempo la considerano inadeguata, non avrebbe mai potuto occuparsi di lui.

Ecco, ci sono circostanze in cui bisogna lasciar andare le cose per ritrovarle. Credo sia questo a guidare Ema. Qualcosa che sta alla base del bene, non del male.

Annotazioni: Rodrigo Sorogoyen è di Madrid. Madre, prima di essere il lungometraggio presentato alla Mostra del Cinema, è un cortometraggio a sfondo thriller che stato candidato agli Oscar. L’attrice che interpreta Ema, Mariana Di Girolamo, è straordinaria; ha una presenza che buca lo schermo ed è una bravissima ballerina. Nel film c’è anche Gael García Bernal: ha all’attivo tantissimi film tra i quali, I diari della motocicletta, La mala educación, Babel, Neruda.

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