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Le tracce lievi e quelle pesanti

Un padre e una figlia. Will è veterano di guerra con tutti i suoi traumi, Thomasin detta Tom è adolescente e la madre non se la ricorda. Vivono nella foresta del parco nazionale dell’Oregon, nei pressi di Portland. Stanno lì, invisibili, senza che nessuno lo sappia. Will ha scelto questa vita per sé e per Tom e lei non ne conosce altre.

La regista americana Debra Granik realizza Senza lasciare traccia, film indipendente su una storia al limite di vite al limite. Lo fa con uno sguardo asciutto minimale silenzioso, senza interpretare valutare pesare. Uno sguardo apprezzabilissimo in qualunque scrittura.

Il film è stato selezionato al Sundance Film Festival 2018, noto per la sua vocazione indipendente e, decisamente, l’opera non smentisce l’intento. Perché mostra un’America che scorre profonda ed è attraversata da un’umanità tutta ai margini che poi, a pensarci, è sparsa a mucchi sulla terra. E dunque sono margini che traboccano, per nulla secondari, tanto da meritare il centro delle riflessioni e dei nostri occhi per capire il mondo in cui viviamo oggi.

Senza lasciare traccia è un racconto familiare di adattamento e del suo contrario. Will e Tom sono legatissimi, lui ha insegnato alla figlia l’arte della sopravvivenza e molto altro. Quando vengono stanati dal loro paradiso si ritrovano scandagliati da autorità e servizi sociali. Non hanno commesso reati se non quello di vivere illegalmente sul suolo pubblico. Le constatazioni sono semplici: lui è un padre amorevole, lei una ragazza con un quoziente d’intelligenza sopra la media. L’idea è che si integrino nella società, recuperando lavoro scuola diritti e doveri. Sembra semplice, sono le regole. Ma Will e Tom, lo dicono uno all’altra, vogliono pensare con le loro teste. Di fatto è quello che accade, nel bene e nel male. Riuscirci è una lotta, un’iniziazione per entrambi.

Will quella vita invisibile ai margini l’aveva scelta. Certo, c’è il suo disagio, le paure accumulate nelle esperienze di guerra e poi a quell’isolamento ci era arrivato dopo aver provato tutto il resto. Per Tom è il contrario, il suo sguardo ha vissuto solo quello, il suo corpo ha solo potuto temprarsi a esperienze impervie e all’essenziale, con l’unica fugace eccezione di qualche scappata in città per rifornirsi di poche cose, anche quelle essenziali. È del tutto naturale che per lei la nuova vita in mezzo agli altri abbia il sapore della scoperta. Per Will no, lui vuole andarsene, Tom può solo seguirlo e tutto ricomincia.

È magnifico terribile e avvincente il viaggio che se li porta via. In questo cammino la regista racconta la loro solitudine e dà il sentore di comunità vive e minimali che popolano la grande America; persone che hanno scelto di stare ai margini e vivono intensamente le piccole cose. Sarà lì, in mezzo a questa umanità, che Will e Tom sceglieranno. Ognuno per sé.

Qualche parola su un altro film in sala, Tutti lo sanno del regista iraniano Asghar Farhadi. In verità si tratta di una produzione divisa tra Spagna, Francia e Italia e la storia è calata nella bellissima campagna intorno a Madrid. Farhadi ci immerge nell’atmosfera di un thriller, ma il suo intento è quello di srotolare un aggrovigliato intreccio familiare e di sentimenti lontani.

Avevo una certa curiosità perché il film, in concorso a Cannes, è stato scelto come apertura del festival e poi Farhadi è autore di opere come Il cliente, premiato sempre a Cannes e agli Oscar nel 2017 come miglior film straniero.

Qui però la narrazione intricata resta decisamente impigliata in una serie di piccole inconsistenze che la incrinano. Il cast è notevole con Penélope Cruz, Javier Bardem e Ricardo Darín a sfoderare il loro piglio latino lasciando da parte quello hollywoodiano. Ma la storia si perde nell’inconsistenza.

Laura vive in Argentina e torna nel suo piccolo paese, immerso tra i vigneti della provincia madrilena, per il matrimonio della sorella. Arriva con i due figli e ritrova per intero il suo passato, compreso Paco, l’amore de su vida. Durante la festa di matrimonio Irene, figlia adolescente di Laura, scompare. È un rapimento. Di colpo ci ritroviamo in un dramma a tinte noir, appesantito da ragionamenti ridondanti, costipato dagli scheletri di famiglia e della comunità intera. E che infine fa leva sul grande amore tra Paco e Laura.

Tutto intrigante se non fosse confuso in più punti, tanto da rendere i personaggi troppo sfuggenti o troppo connotati, perdendo in un colpo solo la giusta tensione del thriller e quella delle storie romanticamente scure come un temporale color inchiostro.

Annotazioni: Senza lasciare traccia, oltre che al Sundance Film Festival, è stato selezionato alla Quinzaine des réalisateurs a Cannes. Spendo due parole sul Sundance per dire che è forse il festival dedicato al cinema indipendente più importante, nato alla fine degli anni Settanta, dal 1990 prende il nome dal Sundance Institute fondato da Robert Redford; il festival ha stanato e lanciato registi come Jim Jarmusch, Steven Soderbergh e Quentin Tarantino. Il film di Debra Granik è tratto dal romanzo My Abandonment di Peter Rock, purtroppo non editato in Italia. Del cast di Tutti lo sanno segnalo Ricardo Darín (Alejandro marito di Laura), attore argentino che ha deliziato lo sguardo con un film che non dimenticherò, Il segreto dei suoi occhi (2010) di Juan José Campanella, vincitore dell’Oscar come miglior film straniero.

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