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L’ECLISSI DELLE IDEE

Tutto iniziò con Craxi, il primo politico “moderno”, che orientava programmi elettorali e comunicazione seguendo le indicazioni del sociologo Giampaolo Fabris, individuando chiaramente i trend e i desideri della società italiana. Poi fu la volta di Berlusconi, che con il partito-azienda si affermò rapidamente, dimostrando come i principi di base del marketing e del management industriale si possano applicare con successo anche in politica. Eredi di questo fenomeno, che si è diffuso in tutti i paesi occidentali, sono i politici come Macron o come Renzi, che fanno dell’affabulazione, dello storytelling, il loro approccio al consenso.

Esprimono, a tutti gli effetti, una logica tipicamente capitalista, frutto del neoliberismo di stampo reaganiano che considera la politica al pari di un business ed i leader come prodotti da “vendere” all’elettorato. Non è un caso che il primo esempio di questo genere sia stato Ronald Reagan: un attore professionista si presta perfettamente a questo ruolo.

Si tratta di una rivoluzione copernicana rispetto al dopoguerra: fossero di sinistra o di destra i leader di allora uscivano dalla base, erano in buona parte espressione della resistenza al fascismo, portavano con se istanze ed ideali che riflettevano una visione della società: l’elettore condivideva queste idee e le appoggiava con il consenso. La contrapposizione tra i modelli era netta, decisa, ma si discuteva se fosse preferibile una società dove i mezzi di produzione dovevano appartenere alla collettività o al padrone, dove fosse legittimo il divorzio o il matrimonio fosse sacro e indissolubile, dove la proprietà privata potesse estendersi o meno a risorse come l’acqua o l’energia.

Oggi il dibattito politico, e personalmente lo trovo molto preoccupante, è ridotto al risultato delle urne: vincere o perdere. Destra e sinistra non esistono più, non c’è ideologia, non ci sono principi invalicabili. La logica neocapitalista ha vinto su tutti i fronti: le marionette che si sfidano per governare non si preoccupano di elaborare un programma politico che miri a costruire una società ideale, debbono solo intercettare il consenso per comandare. Hanno a cuore i loro privilegi, dai vitalizi alla possibilità di favorire amici e parenti (certo non “gratis”) che tuttavia sono poca cosa se paragonati ai favori che, indistintamente, concedono a banche, industria e grande finanza. Se ascoltiamo con attenzione le riflessioni di chi è stato sconfitto alle elezioni, al di là delle vendette e delle recriminazioni, scopriamo che quelle forze politiche si preparano alla riscossa con ogni mezzo, ma non si preoccupano minimamente di valutare se le azioni da attuare sono coerenti o almeno compatibili con gli ideali cui, almeno sulla carta o nella denominazione del partito, si dovrebbero riferire. Il capitale si è comprato la politica, ha progressivamente sradicato i partiti dalla base, ha ostacolato i processi di rappresentanza diretta, ha costruito enormi e imperscrutabili strutture sovranazionali per abbattere l’opposizione dei singoli stati o delle regioni. Se non ci fosse l’Unione Europea saremmo alla fame, se non ci fosse l’Euro saremmo falliti, se non ci fosse l’immigrazione non avremmo manodopera. Non sono frasi all’indicativo, che è il modo della realtà, sono congiuntivi molto ipotetici. Nel frattempo la Grecia sperimenta le cure della Troika, la Germania veleggia nel successo del Quarto Reich , e questo è indicativo presente. Chi, anche timidamente, si pone la domanda se i dogmi UE, Euro, Immigrazione gestita dalle Coop, possano essere non dico sconfessati ma anche solo discussi e modificati, viene vilipeso dalle cassandre del regime, pronte a stracciarsi le vesti contro il reato di lesa maestà. Ma al di là delle affermazioni di rito questi campioni della morale non difendono ideali, ma un sistema economico asservito al capitale.

 

 

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