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Leo Braun e Cesare Maragnano: giovani sguardi in mostra a Spazio Cartabianca

Per gli amanti della fotografia e non solo, si è aperta nelle sale espositive di Spazio Cartabianca ad Albignasego, la mostra Hidden in a plain sight, di Leo Braun e Cesare Maragnano, a cura di Emanuele Salvagno e Giorgia Volpin.

Questa nuova esposizione presenta la rielaborazione dei lavori di due giovani fotografi, nati e cresciuti in nazioni diverse, ma legati da evidenti affinità elettive per la rappresentazione di interni domestici, still life di oggetti appartenti alla sfera privata e ritratti, presenze e assenze manifeste che evocano legami familiari e ricordi d’infanzia.

Leo Braun (1992) è un fotografo tedesco che vive e lavora tra Berlino, la Germania e Padova. Si è diplomato alla Neue Schule für Fotografie di Berlino nel 2017.

Lavorando principalmente in uno stile documentaristico e di ritratto, le fotografie di Braun indagano la vita e le storie di gente di città e delle periferie. Affascinato dalle persone, per lui è importante creare un certo grado di relazione con i soggetti delle sue foto.

Il progetto più significativo di Braun fino ad oggi è “Willi”, diventato in seguito una mostra e un libro fotografico, che offre una visione commovente della vita del nonno ottantenne di Leo.

Questo lavoro è stato accolto con entusiasmo in Germania e da allora ha partecipato a mostre collettive e personali nel suo paese d’origine e per la prima volta in Italia.

Cesare Maragnano (1993) è nato e cresciuto a Vigevano, in provincia di Pavia ed ha frequentato a Milano il corso di fotografia triennale presso l’Istituto Europeo di Design, diplomandosi con il massimo dei voti nel 2015. Affascinato dalla fotografia documentarista ha voluto basare la sua produzione su storie e racconti di tutti i giorni.

Le indagini familiari e territoriali si sono evolute nel corso degli anni fino ad arrivare a due progetti rilevanti: “Non prego, per me”, racconto sulla propria nonna attraverso la casa in cui è cresciuta e “Non fiori, opere di bene”, progetto sul significato della vita attraverso gli occhi di un bambino che sta a poco a poco diventando adulto.

Attualmente affianca come assistente numerosi fotografi italiani ed esteri, facendo parte di una prestigiosa agenzia che segue giovani talenti italiani.

Con grande stupore reciproco i due giovani fotografi che non si conoscevano, si sono trovati vicini in una mostra condivisa nel formato quadrato delle fotografie da pellicola, ben stampate da Emanuele Salvagno di FosfeniLAB, l’uso di macchine fotografiche simili una Rolleiflex ed una Hasselblad, la scelta di colori ovattati nella familiarità degli argomenti trattati, negli spiriti affini, nella bellezza dei due libri stampati.

Dopo tante mostre di reportage di autori famosi, ritratti ambientati rigorosamente finti, fotografie stracopiate ecco un piccolo gioiello a km quasi zero, per la ricerca interiore di questi due ragazzi, il recuperare testi, oggetti, fotografie per raccontare storie intime di vita vissuta, di affetti celati, piccoli tasselli ben incastonati nella disposizione sovrapposta in parallelo dei due autori con la storytelling del nonno e della nonna e dei ricordi da bambino.

Guardando le fotografie ti accorgi che potrebbero essere i tuoi parenti, per gli oggetti quotidiani, le mani con le vene in rilievo, i soprammobili un po’ kitsch, l’odore di chiuso nelle case, i fiori di plastica, il frigo quasi vuoto, i centrini sui mobili, la statuetta religiosa o il rosario, le fotografie scolorite, le piante, gli occhiali, il paralume con le frange, il sacchetto del pattume dimenticato: tutti segni di una visa che sta passando o è già andata.
E’ una poetica delle piccole cose che ti trasmette vivide emozioni con l’osservazione degli interni domestici e la still life di oggetti personali, aprendo uno sguardo nella sfera privata di famiglia, portando alla luce un lessico familiare delle generazioni precedenti dei due fotografi, creando una continuità affettiva nel tempo.

Esiste un ricordo d’infanzia che si trasforma in una traccia impressa nella pellicola fotografica, come memoria e pregnanza di una presenza assenza intima, che in qualche momento può assumere una denotazione più cupa, creando comunque delle affinità elettive tra i due fotografi e l’osservatore che viene catturato e portato all’interno della casa o dello spazio circostante dalla forza delle immagini, ricche di contaminazioni e di sensibilità nei confronti della sfera familiare.

Allora l’aver unito nella stessa mostra le due storie è stato l’elemento vincente, poiché una realtà familiare lombarda ed una tedesca, pur nella distanza geografica, sono vicine nella malinconia degli sguardi, nel significato degli oggetti domestici, nella loro conservazione fisica che è ben altro dal buttare per fare spazio, distruggendo piccole e grandi cose di chi non c’è più e quindi il loro ricordo, l’hic ed nunc che spesso non sappiamo mantenere.

L’uso della fotografia concettuale, di una still life ricercata degli oggetti domestici dà a questi due lavori una chiave di volta raffinata pur nella semplicità delle immagini mai banali: solo una lettura superiore permette di entrare nel vero significato della mostra che va oltre il senso estetico delle foto cartolina per soggetti narcisistici e privilegia una ricerca interiore raffinata e colta.

E se mi sento ancora dire che questa non è fotografia… Posso solo ignorare perché avere una buona idea, originale, creare un progetto di questo livello, non è da tutti e comporta una grande conoscenza e maturità fotografica. Buona visione!

La mostra ad ingresso libero e gratuito è aperta dal lunedì al sabato dalle ore 15.30 alle 19 fino al 22 marzo 2019 allo Spazio Cartabianca (www.spaziocartabianca.it) in Via Giorgione, 24 ad Albignasego, Padova.

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