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Lettera a mio padre

Chiusura in bellezza al Teatro Sociale di Rovigo per la rassegna Musikè della Fondazione Cariparo, con lo spettacolo “Lettera a mio Padre” di Franz Kafka, con l’attore Ugo Pagliai e le musiche del Quartetto Prometeo. 

Le musiche di Leos Janacek hanno richiamato le suggestioni della mostra “Le Secessioni Europee” al Palazzo Roverella.

La scenografia è molto scarna: un divano grigio alla sinistra del palco con un piccolo tavolino rotondo di fianco, un leggio davanti con il testo dello scritto ed alla destra la postazione dei musicisti con quattro sedie, quattro leggii e gli spartiti musicali.

Come sempre in Kafka ciò che ci affascina è anche ciò che ci sgomenta: nella “Lettera al Padre” ci pare di assistere allo svelarsi di un mistero. La forza impenetrabile ed avversa del Processo, della Metamorfosi e di tante altre opere si incarna finalmente in un corpo, una voce: il padre. Egli è un enigmatico tiranno, ma è anche “la misura di tutte le cose”; è specchio, ombra, doppio, ma è uno specchio nel quale lo stesso Kafka non riesce a vedere nulla se non la propria immagine deformata, un altro da sé che risente indubbiamente delle influenze della psicanalisi di Gustav Freud e poi di Carl Jung.

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Il padre è all’origine di un vertiginoso ed aberrante senso di colpa, che alimenta una insicurezza ed una instabilità emotiva ed affettiva enorme, sul quale si fonda tutta l’opera dello scrittore praghese; nella necessaria riduzione del testo il regista Maurizio Cardillo si è concentrato sul complesso rapporto padre–figlio sacrificando ogni altro aspetto del personaggio.

Il dialogo tra le parole, ben eseguite con grande portamento emotivo da Ugo Pagliai, e la musica, qui eseguita dal Quartetto Prometeo, premiato nel 2012 alla Biennale Musica, con il rodigino Massimo Piva alla viola, si innesta proprio su questa base di passionalità che sia il testo di Kafka che il Quartetto n. 2 di Janacek esprimono, in forme diverse ma in fondo simili, nate come sono da un comune contesto culturale.

Janacek compose il suo quartetto per archi nel 1928, subito prima di morire, solo dopo nove anni la redazione della lettera di Kafka, scritta nel 1919; nel sottotitolo del Quartetto, “Lettere Intime”, egli svela la fonte della sua ispirazione: l’amore per Kamila Stosslova, una donna sposata, più giovane di lui di trentotto anni.

Da quando la conobbe nel 1917, Janacek inviò a Kamila centinaia di lettere di un amore incompiuto ed irrealizzabile per quei tempi; le “Lettere intime” sono l’atto finale di questa furia epistolare, meraviglioso ritratto dell’ossessione amorosa e della sua invadenza ossessiva e compulsiva nella vita personale e nella psiche umana.
Il Quartetto n. 2, proprio come la “Lettera al padre”, sfiora attraverso la passione la dimensione della follia: in Kafka, nel convulso finale della lettera, quando il parlante si sdoppia, i narratori si moltiplicano e noi siamo presi da vertigine, perché si fa davvero fatica a seguire il testo; in Janacek, la cui musica percorre i territori della contemplazione e della fissazione amorosa, in un dialogo quasi schizofrenico e tuttavia perfettamente compiuto tra due estremi.

L’attualità del testo dello scrittore praghese, lo studio analitico del suo scritto ci portano a realtà familiari non troppo lontane e presenti ancora oggi in certe culture arretrate di piccoli villaggi: la figura del Padre autorevole ma affettivamente significativo può essere modello e ricchezza, altrimenti diventa devastante come in questo testo ben riprodotto teatralmente ed associato ad una musica consona di un autore conterraneo, in quanto Janacek era nativo di Brno.

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