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«Jamais Carmen ne cédera! Libre elle est née et libre elle mourra!»

Si dilata la sfera di immagini e significati evocati dalla rivisitazione che Hugo De Ana fa di Carmen, andata in scena all’Arena di Verona il 22 giugno per l’inaugurazione del 96° Opera Festival. Un espandersi dell’orizzonte narrativo che comincia a manifestarsi sin dalla dall’inizio, o forse sarebbe più corretto dire dalla fine perché è proprio da un epilogo non scritto che il regista parte per la sua versione anni Trenta dell’opera di Bizet. Il pubblico si trova così subito ad assistere alla fucilazione di un condannato, non si tratta di un anonimo prigioniero: quell’uomo dal volto coperto è Don Josè, colpevole di aver ucciso la donna amata, Carmen.

La storia evoca le tragiche vicende che quotidianamente flagellano il nostro presente, le cui vittime sono state ricordate dalla Fondazione Arena con un posto vuoto in platea, sul quale trentadue rose rosse hanno rappresentato le donne vittime di femminicidio in Italia dall’inizio dell’anno. In questa Carmen le atmosfere dell’opera di Bizet si mischiano, fino ad essere un tutt’uno, con quelle della Spagna invasa dai venti di guerra del secolo scorso, in un conflitto intestino che dà per la prima volta alle donne il ruolo di protagoniste, con la conseguente conquista di un nuovo status nella società, acquisito proprio con la partecipazione attiva alla guerra civile. Si intuisce, quindi, come questa Carmen non sia più la miserabile gitana descritta da Mérimée o la femme fatale soggetta al proprio destino che traspare dal dramma di Meilhac e Halevy, ma assuma le sembianze simboliche della donna che lotta per affermare la libertà, l’uguaglianza e il proprio diritto all’autodeterminazione.

De Ana firma regia, costumi e scene del nuovo allestimento areniano che se non si può definire di tradizione, per la trasposizione della vicenda nel Novecento, neppure si può dire rivoluzionario o innovatore, viste le rimembranze di allestimenti cari al pubblico areniano, in particolare quello di Franco Zeffirelli. Il palcoscenico è invaso da jeep, cavalli, casse di legno e figuranti a decine, lo spazio libero è ben poco e il risultato si avvicina molto al caotico, con difficoltà a volte di focalizzare l’attenzione sui protagonisti della vicenda, persi tra la folla. Poco incisive sono apparse le coreografie di Leda Lojodice, buone le intuizioni nel lighting design di Paolo Mazzon e non totalmente in sintonia con l’equilibrio complessivo della messa in scena le proiezioni di Sergio Metalli.

Sul fronte interpretativo non convince del tutto Anna Goryachova nel ruolo della protagonista, interessante dal punto di vista vocale è sembrata poco incisiva nell’incarnare una Carmen controcorrente e protagonista della scena. Ottima la Micaela alla quale Mariangela Sicilia ha dato vita con lucidità interpretativa e un’intonazione perfetta, positiva anche la prova di Brian Jagde a suo agio nei panni di Don Josè, anche se con qualche incertezza nel primo atto, superata poi nel corso della serata. Interessante dal punto di vista vocale l’Escamillo di Alexander Vinogradov, non senza incertezze però la sua interpretazione, foriera di poche emozioni. Buona la prova del resto del cast: Ruth Iniesta (Frasquita), Arina Aleexeva (Mercédès), Davide Fersini (Dancairo), Enrico Casari (Remendado), Luca Dell’Amico (Zuniga) e Biagio Pizzuti (Moralès). Molto bene il Coro di voci bianche A.LI.VE. diretto da Paolo Facincani e il Coro preparato da Vito Lombardi, Apprezzabile il lavoro dell’Orchestra areniana che, grazie alla direzione del maestro Francesco Ivan Ciampa, ha cercato sfumature non convenzionali per una Carmen areniana.

Brian Jagde (Don Josè) e Mariangela Sicilia (Micaela).

 

Dulcis in fundo, si suole dire, e quindi a chiosa di queste righe un pensiero a Tullio Serafin, direttore che tenne a battesimo il Festival Areniano nel 1913 e fu protagonista di leggendarie recite sotto il firmamento scaligero. Il maestro, nato a Rottanova di Cavarzere nel 1878 e scomparso cinquant’anni fa, è stato ricordato da Cecilia Gasdia, sovrintendente della Fondazione Arena, prima della rappresentazione, con parole intense e capaci di emozionare chi, avendogli dedicato quasi un ventennio della propria vita, è consapevole di quale sia l’importanza di questo illuminato interprete nel panorama musicale del Novecento.

Cecilia Gasdia – Sovrintentente Fondazione Arena

“A nome di Fondazione Arena di Verona – queste le parole della sovrintendente – sono lieta ed onorata di ricordare un grande artista cui tutti noi dobbiamo molto: Tullio Serafin, non solo un interprete della tradizione, ma un attento investigatore di talenti, sia che si trattasse di tesori del repertorio operistico da riscoprire, sia di grandi voci di giovani misconosciuti da accompagnare all’esordio e oltre”. Ha poi ricordato come Serafin sia più volte tornato in Arena, soffermandosi in particolare sul debutto italiano di Maria Callas, tenuto a battesimo proprio da Serafin nell’anfiteatro veronese il 2 agosto 1947 con La Gioconda. A conclusione del momento dedicato al maestro veneto, è stato trasmesso un breve filmato d’epoca di una delle storiche produzioni di Aida dirette da Serafin in Arena e alcune immagini del maestro.

 

Nicla Sguotti, giugno 2018

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

 

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