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Mai togliere lo sguardo

Opera senza autore (Werk ohne Autor) è il film del regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck in concorso a Venezia 75 e candidato a rappresentare la Germania agli Oscar 2019 come miglior film straniero. Il titolo inglese per la distribuzione internazionale è Never Look Away, mai togliere lo sguardo.

Mi soffermo sulle parole perché queste dei due titoli risuonano nel film e lo rappresentano. Sono anzi il cuore di una storia lunga e dipanata con grande maestria dal regista. Per chi lo conosce Donnersmarck è l’autore del bellissimo Le vite degli altri, un film che scruta la DDR, la Repubblica Democratica Tedesca, e la racconta mirabilmente attraverso le vite spiate e uno sguardo duro e totalmente poetico su un paese e un pezzo di storia faticosa.

A distanza di dodici anni Opera senza autore porta su di noi un respiro simile, la capacità preziosa del regista di raccontare la storia di un paese, il suo la Germania, attraverso le vite, quelle degli altri. E in un pugno di personaggi stanno tutto il dramma, lo sfacelo, le catastrofi, i mostri ma anche i sogni della Germania, dal 1938 al 1966. Prendendo dentro, senza pesantezza e retorica, il nazismo, le terrificanti applicazioni dell’eugenetica sugli esseri umani, il conflitto mondiale, la ricostruzione e il disorientamento, la guerra fredda, la nascita della Germania Est, il muro di Berlino.

Sembra troppo e il film dura, lo dico, 3 ore e 8 minuti. Una cosa quasi inaffrontabile. Ma non è così. Chi può e ha fiducia lo veda. Sono in genere refrattaria a proiezioni tanto lunghe. Per quanto amore abbia per il cinema, sostengo che bisognerebbe vietare di produrre narrazioni tanto ampie. Eppure, per lo stesso amore ci sono andata e sono stata smentita, felicemente. Quel tempo è passato senza che me ne accorgessi e, come in un romanzo che ti acchiappa e guardi il pacchetto di pagine a destra che si assottiglia e non vuoi, anche qui stai occhi puntati a seguire il lungo avvincente racconto senza guardare la clessidra.

Non togliere lo sguardo, dice la zia Elisabeth al nipote di sei anni Kurt Barnert. Lei è una ragazza bellissima e Kurt ne è avvinto con una passione infantile che vediamo nei primi attimi del film. Ma zia Elisabeth è un’anima volatile, fragile, creativa e nel 1938 con le sue piccole follie viene rinchiusa in una clinica, sterilizzata, soppressa qualche anno dopo. È il folle mastodontico lavoro del nazismo per purificare la razza, per selezionare i meritevoli, i forti, geneticamente perfetti. Elisabeth sa che Kurt ha l’animo e il talento di un artista, lo porta nelle gallerie a vedere Kandinsky e prima di essere trascinata via a forza con l’ambulanza gli sussurra: non togliere lo sguardo.

Kurt lo fa. E con i suoi occhi attraversiamo trent’anni di storia tedesca. La figura di Barnert è ispirata a quella dell’artista Gerhard Richter, pittore nato nel 1932 a Dresda e protagonista di molti fatti raccontati nel film. Non è uno sguardo casuale, perché Donnersmarck decide di mostrarci la storia attraverso una delle forme umane più mal digerite, e per questo triturate dai regimi, l’arte. La Germania di Hitler come la DDR sovietica volevano che l’arte fosse celebrativa, imponente, adeguata allo spirito della nazione. Nessun io, nessun particolarismo, nessuno spirito libero perché la libertà era nell’aderenza. Questa cosa è così potente da incidere sulla storia dei popoli. Dunque, non è uno sguardo banale né limitato quello del regista. Anzi, attraverso l’orizzonte di Kurt vediamo tutto quello che all’impero nazista prima e a quello sovietico poi si è opposto, incuneando nell’arte la libertà di pensiero, azione, vita. Stando nel mondo senza togliere lo sguardo.

Accanto alle figure di Kurt e di Elisabeth stanno con altrettanta forza quelle del medico che ha ordinato la sterilizzazione e soppressione di Elisabeth, il professor Seeband, sua figlia Ellie che Kurt incontrerà da adulto e amerà, il professor van Verten che lo accoglie all’Accademia di Belle Arti a Düsseldorf quando Kurt e Ellie lasciano Dresda inglobata nella Germania Est. Il filo sottile che li unisce e li squassa è l’arte. A ciascuno di loro sono accadute cose terribili e Donnersmarck le porge ai nostri occhi attraverso la silenziosa ribellione di Kurt e le sue opere che faticano a venir fuori perché dal suo animo deve erompere un vulcano che sta giù compresso in profondità. E quando finalmente il suo talento esplode, Kurt se ne libera perché quelli che emergono non sono i suoi mostri ma quelli di tutti. E la sua è un’opera senza autore.

Annotazioni: Opera senza autore ha vinto a Venezia il Leoncino Agis Scuola, forse meritava di più. Tra gli attori segnalo Sebastian Koch – nei panni del medico nazista Seeband – protagonista anche in Le vite degli altri, film del 2006 che ha vinto l’Oscar come miglior film straniero. Gerhard Richter ha utilizzato moltissimo la fotografia nelle sue opere, con una tecnica pittorica che rende la sua arte profonda e densa di echi; vale la pena osservarlo.

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