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Materialità e metamorfosi: Joan Mirò in mostra a Padova

Si è aperta a Palazzo Zabarella la mostra su Mirò, con una collezione che copre un periodo di sei decenni della carriera del pittore, dal 1924 al 1981. L’idea è quella di mostrare la trasformazione da un mezzo pittorico molto materico ad un altro, in quanto altre mostre su Mirò sono retrospettive, forse arrivano al 1941 e c’è un range molto vasto che le persone normalmente non vedono.

La ricchezza sta nel nuovo tipo di messaggio e qui non avremo ceramiche o le sue opere grafiche, mentre vedremo la sua capacità di sviluppare le arti visive e c’è una grande varietà delle ultime opere, dagli anni ’60 al ’90 e la ricchezza sta nel nuovo tipo di messaggio.

Miro’ era spagnolo ma catalano, anche il curatore Robert Lubar Messeri (nella foto di copertina) è spagnolo, un ebreo sefardita che ha spiegato come fino a 20 anni fa non si sentisse parlare del Portogallo e della sua collezione di 85 opere tra quadri, disegni, sculture, collages, arazzi di proprietà dello Stato portoghese.

Il curatore aveva visto la collezione cinque anni fa e quello che l’ha più colpito è stato l’utilizzo dei materiali, per cui il titolo della mostra non è stato trasformazione ma metamorfosi, per l’utilizzo di un mezzo da una forma all’altra.

Infatti il fulcro della mostra è la naturalezza fisica dei supporti impiegati dall’artista, nonché l’elaborazione dei materiali come fondamento della pratica artistica; nella sua esplorazione della materialità, in cui Mirò fu eguagliato solo forse da Paul Klee, lo spagnolo allargò in maniera decisiva i confini delle tecniche di produzione artistica del Ventesimo secolo.

Oltre a questa esplorazione di materiali, egli sviluppò un linguaggio dei segni innovativo e c’è sempre qualcosa che richiama alle creazioni infantili, come un bambino estroso, fantasioso, partendo dalle cose più semplici, visibile negli acquerelli esposti, perché l’artista si ispira proprio ad esse.

L’arte popolare aveva sempre il potere di commuovere per la semplicità ed il pittore diceva che il suo studio è come l’orto, perché lavorava ad opere diverse, quali incisioni, sculture, arazzi.

Nel duplice ruolo di artefice e trasgressore della forma del modernismo del Ventesimo secolo, pittore ed antipittore al tempo stesso, Mirò sfidò il concetto di specificità del mezzo.

Palazzo Zabarella è tornato ad essere un luogo di cultura per fare mostre, grazie alla qualità della ricerca che permette di proporre esposizioni che in altri luoghi non si vedono, come questa di Mirò, che proviene da un’importante collezione privata giapponese, poi messe all’asta da Christie’s a Londra nel 2014. Quindi l’asta fu cancellata e le opere sono rimaste in Portogallo ed esposte al Museo Serralves a Porto nel 2017.

La mostra è visitabile fino 22 luglio 2018 tutti i giorni dalle ore 9.30 alle 19, escluso i lunedì.

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