Gianfranco Scarpari scava nella storia di una famiglia
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Cartoline dal tempo

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Il sudore dei numeri

 

da “IL GAZZETTINO ” 25 Maggio 1979

 

Il vero cognome era un altro ma, da tutti, la famiglia era conosciuta per quella dei «Formìga». Come le formiche erano piccoli, numerosi, laboriosissimi. Vivevano su un orto, in affitto da generazioni, dal quale ricavavano ad ogni stagione le primizie che le donne portavano sul mercato con un carretto tirato da un asinello. Nessuno sapeva esattamente in quanti vivessero nella casetta con rustico, aia e pozzo: ne nascevano in continuità e, poiché i maschi sceglievano sempre donne di bassa statura, accadeva che contrariamente alla tendenza generale della popolazione, i nuovi Formìga risultassero sempre più piccoli.

L’alluvione del ‘51 diede il colpo di grazia alla casa che divenne inabitabile e così due tra più giovani partirono per la Lombardia in avanscoperta. Nel giro di un anno, un po’ per volta, chiamarono gli altri, come fanno appunto le formiche. I vecchi se ne andarono per ultimi. Nane – il minuscolo patriarca – lasciò la casa con sua moglie, in una nebbiosa mattina di novembre portando una squinternata valigia di fibra legata con lo spago e un rosmarino trapiantato in un vaso da conserva di pomodori.

Dopo quindici giorni il proprietario dell’orto che, insperatamente, aveva visto decadere la poco remunerativa affittanza, fece abbattere la casa per tagliare ogni possibile via di ritirata agli emigrati e incominciò a lottizzare il terreno.

Erano passati quindici anni quando Nane Formìga mi ricomparve dinanzi riportandomi col pensiero, indietro nel tempo, in un mondo in cui i protagonisti erano quasi tutti ridotti a fantasmi. Ma egli appariva vispo e vegeto, tutt’altro che invecchiato. La parlata veneta non aveva subito inquinamenti meneghini e soltanto il vestiario rivelava una certa ricercatezza: sparito il cappelluccio a fungo e sostituita la stinta giacca di velluto a coste con un serio completo di grisaglia.

Dopo aver premesso che un nucleo della famiglia – con lui e la sua vecchia in testa – aveva intenzione di ristabilirsi in paese, mi mostrò la planimetria di un rettangolino di quattrocento metri quadrati di terra che aveva comprato, proprio nel vecchio orto, e sul quale intendeva far costruire una casetta «da contadini, ma con bagno e termosifone», le comodità che aveva incominciato ad apprezzare in Lombardia.

Quando gli feci presente che, in attesa del piano regolatore, su un lotto così piccolo non era consentito edificare, non batté ciglio. Osservò che non c’era tanta fretta e mi pregò di tracciargli uno schizzo della casa da portare a Milano per farlo vedere ai suoi.

Ritornò di lì ad alcuni mesi per dirmi che aveva acquistato qualche migliaio di mattoni – in previsione dell’aumento dei prezzi – e piantato un pruno e un albicocco ai lati dello spiazzo sul quale sarebbe sorta la costruzione.

«Una casa si mette su in fretta – aggiunse – ma gli alberi, per crescere, hanno bisogno di tempo».

Mi appariva tanto eccitato ed entusiasta, da dover compiere uno sforzo su me stesso per fermarlo e dirgli che, nel piano regolatore, era stata destinata a «verde pubblico» una grande area che purtroppo comprendeva anche il suo terreno.

Abituato, da sempre, alle contrarietà, neppure questa volta si scompose troppo. Combinammo insieme un ricorso da presentare al Comune ed egli incominciò a tessere, per un’intera settimana, una fitta trama di contatti con politici di vario colore, tecnici, consiglieri comunali per convincerli delle sue ragioni, ricevendo da tutti, mi disse alla fine, assicurazioni e promesse.

Gli architetti dalle barbe fluenti, stracarichi di rotoli e di borse, esaminato il ricorso, sentenziarono invece che «l’istanza privatistica del ricorrente non poteva essere recepita in quanto contrastante con la filosofia del piano» e di fronte ad argomento di così larga portata comunitaria, i presunti sostenitori di Nane non ebbero il coraggio di fiatare. Dopo il verdetto lo cercai, sicuro di trovarlo, sul suo quadratino di proprietà. Seduto sulla catasta di mattoni rossi, con i piedini che non toccavano terra, sembrava ancora più piccolo. Da principio appariva decisamente abbattuto, ma un po’ per volta andava ritrovando l’antica combattività.

«Non si poteva negare ad una famiglia il diritto di tornare sulla terra dove era vissuta per due secoli»: questo era il punto d’approdo di ogni sua argomentazione.

Mi regalò un cestino di ciliegie prodotte da una pianta sopravvissuta miracolosamente al lungo abbandono dell’orto e che egli aveva rimessa in sesto sui sostegni, pettinata, ringiovanita. Andandomene mi voltai a guardarlo: aveva afferrato un vecchio annaffiatoio per abbeverare alcune piantine di zucca disposte in un breve filare.

Si chiamava Nane anche il nipote che venne a trovarmi dopo un paio d’anni. Mi raccontò che il nonno era morto da qualche mese: una mattina, molto semplicemente, non si era più svegliato. Mi mostrò un quaderno – di quelli con la copertina lucida e nera ed il taglio rosso che s’usavano un tempo nelle scuole – sul quale con scrittura stentata, ma chiarissima, il vecchio aveva annotato i conti che si riferivano al terreno e alla casetta fin dal lontano 1952: il sudore di tutti i Formìga trasformato in numeri.

Il ragazzo lavorava in una fabbrica di plastica e stava per sposare una calabrese.

«Piccola?» gli chiesi.

«Piccolissima» rispose sorridendo.

Rientrando a casa, quella sera, allungai il percorso per passare davanti al quadratino di terra. Nella luce del crepuscolo, appariva più grande, quasi che i vapori sprigionati dalla terra umida ne dilatassero i contorni. I due alberi erano cresciuti, ma scarmigliati e in disordine com’erano, parevano reclamare l’intervento di un’abile mano che li potasse. Anche il mucchietto di mattoni era al suo posto, intatto, soltanto un poco stinto e patinato dal verde del muschio. Lo circondava una fitta barriera di ortiche che lo rendeva simile a un vecchio fortino abbandonato.

Quello dal quale Nane Formìga aveva combattuto e perso la sua piccola guerra privata per far ritorno in paese.