Un racconto di Gianfranco Scarpari tratto dal suo ultimo libro
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Gli occhi sul giardino

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Gli occhi sul giardino

Testo tratto da “Una corsa nel tempo” Perosini, Zevio (VR), 2004

 

Il mio piccolo studio è pieno di libri, di ritratti, di ricordi. Ha una sola finestra che si affaccia su di un giardino, che non è il mio, ma del quale, con il tempo, mi sono impadronito. Per appropriarsi di un rettangolo di terra non è necessario che ci si debba camminare dentro, basta che lo sguardo possa percorrerlo liberamente in qualunque ora del giorno o della notte, in tutti i mesi dell’anno. Stando seduto sulla poltrona girevole dello scrittoio, con un piccolo spostamento, mi trovo davanti alla finestra. La vecchia casa liberty dei miei vicini, di un rosa stinto, è spesso deserta e, anche quando i proprietari la abitano e passeggiano sul prato, quasi non me ne accorgo per il loro modo discreto di muoversi o perché nascosti dagli arbusti cresciuti sul confine. Il fabbricato è semicoperto da un grande cedro dai rami tormentati e scomposti: segni tracciati dagli eventi di una lunga esistenza. Poco distante una magnolia rigogliosa, con la regolarità quasi geometrica della sua forma, sembra rappresentare il contrasto tra chi porta con sé il marchio della sofferenza e chi è passato indenne tra le maglie del destino.

E’ strano, ma il mio rapporto con quel pezzo di giardino è mutato con il trascorrere del tempo. Prima era come un naturale sfondo allo studio, un suo prolungamento. Se rivolgevo lo sguardo all’esterno, mi limitavo a seguire il variare delle stagioni: le foglie fresche che spuntano in primavera, i gialli dell’autunno, le nebbie che sfumano i contorni, il gioco dei venti. Poi, un poco per volta, è diventato una specie di interlocutore silenzioso che mi stimola e mi aiuta ad aprire il cassetto dei ricordi e della fantasia: un fondale sul quale si riflettono, quasi materializzati, incontri con personaggi noti e con altri quasi sconosciuti, ma il cui passaggio ha segnato la mia memoria. Rielaboro storie che mi sono state narrate in anni lontani, vicende che io stesso ho vissuto o soltanto immaginato. E questo alternarsi e sovrapporsi di immagini e sensazioni finisce per farmi guardare al presente con un senso di distacco, quasi fosse, esso pure, già in parte, consumato.

E’ come se, guidando un’auto, anziché tenere lo sguardo fisso sulla strada e il pensiero concentrato sulla meta da raggiungere, ci si abbandonasse a guardare da un lato e dall’altro, ci si concedesse qualche sosta per scendere a scattare una foto o a ricercare uno scorcio, un particolare che, un tempo, aveva colpito la nostra curiosità, accarezzato la nostra immaginazione.