Gianfranco Scarpari racconta quando Villa Mecenati diventò conservatorio
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Il fascino di una memoria

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Il fascino di una memoria

da “IL GAZZETTINO ” 29 Gennaio 1977

 

La prima dimora adriese di Rosita Lusardi – figlia di un grande impresario teatrale sulla cresta dell’onda ai tempi di Toscanini, Caruso, Gatti Casazza – andata sposa a Ferrante Mecenati, dottore in legge e maestro di musica già introdotto alla Scala e proiettato verso una brillante carriera, fu il grigio palazzo Mecenati nel centro di Adria dove, secondo le tradizioni della borghesia agraria locale, accanto ai giovani coniugi, conviveva una folta schiera di persone. Zie nubili e vedove, cugini, prozii, lontani parenti poveri, dipendenti agricoli, domestici a tutto o mezzo servizio. Ferrante, dotato com’era di viva sensibilità ed amante anche per proprio conto di larghi «spazi», non tardò a comprendere che quel tipo di convivenza non si addiceva a Rosita: la sua personalità prorompente ed anticipatrice, nella quale si fondevano le attitudini di grande signora con il piglio sbrigativo proprio dell’operosa borghesia lombarda, non poteva scendere a compromessi con l’ambiente un po’ gretto e limitato o assuefarsi all’aria stantia che regnava nella vecchia casa. Individuato alla periferia un grosso, complesso rustico adibito a magazzini e granai in una delle tante aziende di famiglia, ne decisero, concordamente la trasformazione in residenza: un grande spiazzo sistemato a parco e giardino, una serie di comode adiacenze sul retro e, al centro, la villa neoclassica concepita secondo il criterio ottocentesco della «fuga» di salotti ed obbediente più a criteri di rappresentanza che di funzionalità abitativa. Il trasloco della giovane coppia coincise con l’intensificarsi degli impegni professionali di Ferrante per cui la nuova casa di Adria era destinata a rimanere, per oltre un cinquantennio, più la meta delle soste, dei riposi, degli incontri amichevoli che il centro della loro dinamica esistenza. Rosita, soprattutto negli ultimi anni, osservava che la carriera del marito, pur ricca di soddisfazioni, avrebbe potuto svolgersi in forma più completa se egli avesse sentito più vivo lo stimolo dell’ambizione e fosse stato magari assillato da problemi di ordine materiale. Nella sua apparente recriminazione era tuttavia facile rintracciare una specie di segreto compiacimento proprio per quel distacco che lo destinava a consumare talento e fortune al «servizio» della sua professione: tutto il contrario cioè dì quanto s’usa oggi. E poichè le fortune familiari erano allora ingenti ne conseguì per Ferrante nella lunga intelligente attività che lo vide impegnato nella direzione artistica di grandi enti lirici, Fenice compresa – un continuo dare senza ricevere, incurante che il patrimonio andasse assottigliandosi e che la gratitudine umana rappresentasse un evento anomalo da annotare in forma episodica. L’importante era, per quel modo individualistico di far del bene che li accomunava, proseguire senza compromessi per la propria libertà, senza appoggiarsi a sottofondi politici e perciò senza presupposti di contropartite, secondo cioè una linea alla quale, scherzando sul proprio cognome, Ferrante timidamente, accennava: « Darghe na man a la musica: per questo semo... ‘Mecenati’».

Parallelamente agli impegni culturali entrambi si trovarono inseriti nel grande giro mondano che, tra le due guerre, vide la loro villa di Adria costante meta d’incontro di quell’ambiente composito che, prima dell’avvento del neocapitalismo e del formarsi della nuova borghesia politico-burocratica, significava molto per la vita del Veneto, o, meglio ancora, di uno spazio più ampio che si può definire Padania. I cancelli di Casa Mecenati si spalancavano due tre volte all’anno alle scure berline, alle fuoriserie sciamanti sulla ghiaia del giardino. Ne scendevano personaggi di varia estrazione: aristocratici, finanzieri, politici, gente della cultura e del teatro, esseri in gran parte vivi ed interessanti mescolati a modesti esemplari umani oppressi dal peso di un nome troppo illustre; un po’ di Gotha e di bohème messi insieme. Quello cioè che, alle sog}ie dell’ultimo conflitto, preannuncìandone con sarcasmo e nostalgia la scomparsa, Stefan Zweig definì il «mondo di ieri». Solo che Ferrante e Rosita a quel mondo riuscirono a sopravvivere, aperti com’erano ad un continuo aggiornamento ed ampliamento dei loro contatti sociali, non certo per fini opportunistici, ma per innato senso di giovanile inguaribile curiosità. Dietro le loro attitudini mondane restavano però ferme nel tempo, avvolte quasi da un senso di religiosità, le vere fondamentali amicizie. Dal filone di questi ultimi è certamente derivata la decisione ispirata al tema che in gioventù li aveva fatti trovare insieme: la musica. E, ad Adria, divenuta soprattutto negli estremi anni di vita, un sempre più costante punto di riferimento, fu dedicato l’ultimo pensiero: la Villa e tutto il suo arredo destinati al Conservatorio statale sorto sulle orme di un’antica scuola di musica sopravvìssuta, per merito di molti appassionati locali, a varie vicende politiche ed economiche. A complemento del gesto i Mecenati assicurarono una rendita, garantita dalla proprietà di altri immobili destinati al comune, per il funzionamento della scuola e di una società concerti, per lo svolgimento di spettacoli nel grande teatro cittadino e per borse di studio ad allievi di discipline musicali. Una sorta di prosecuzione dunque, oltre la vita, del loro modo di servire la società, realizzata assecondando una tradizione musicale tipicamente adriese ricca di presenze significative soprattutto nel campo della lirica (dai Guarnieri, Serafin, Cattozzo, Pampanini, Previtali di ieri, ai Casellato, Nello Santi, Andreolli, Pizzo, Trombin di oggi) e puntando sulla proiezione futura di una simile disponibilità di talenti.

Così, in una fredda mattina di questo gennaio, dopo che la brina aveva raggentilito i ferri battuti del cancello, le sale della villa – restaurata e rinnovata – si sono riaperte per la inaugurazione del Conservatorio come per un ricevimento organizzato dagli antichi proprietari. Qualcosa della loro presenza pareva avvertirsi nell’aria, quasi che il Maestro fosse ai piedi dello scalone per dare il benvenuto agli ospiti e Rosita si prodigasse, da un gruppo all’altro, alta ed elegante, con quei suoi immensi occhi verdi che neppure il mondano pennello di Dudovich seppe raffigurare, nella loro bruciante vitalità.

Animazione, discorsi, brindisi: un po’ di gloria per tutti, come accade in tali occasioni. Ma alla fine anche un velo di tristezza. Quella che affiora – come scrisse Proust – «…quando ci si accorge che ciò che ha serbato tanta vivacità nella nostra memoria non può più averne altrettanta nella vita» perchè «un fascino non si travasa ed i ricordi non si spartiscono»