Amae e l'altrui benevolenza
Vai al contenuto della pagina

Amae e l'altrui benevolenza

Sottotitolo non presente

Leggi l'articolo

Amae e l'altrui benevolenza

Come ogni mercoledì è arrivato il momento di scoprire una nuova emozione che probabilmente abbiamo già provato, ma che non appare nella nostra lingua. Oggi ci avviciniamo nuovamente alla cultura giapponese, se ricordate avevamo già fatto un percorso attraverso il sol levante nell'articolo Mono no aware e la caducità della vita.

Questa volta siamo qui per parlare dell’amae, termine traducibile con il significato di “presupporre e dipendere dall’altrui benevolenza”. Deriva dal verbo amaeru, il quale viene solitamente usato per descrivere l’attitudine di affetto e dipendenza di un bambino nei confronti dei genitori (specialmente della madre). Tuttavia questo termine può apparire anche nelle relazioni tra amanti, oppure tra allievo e maestro.

Essere amai (l’aggettivo corrispondente) ha una connotazione di infantile egocentrismo, dal momento che corrisponde ad un comportamento sdolcinato atto a ricevere qualcosa in cambio. Ne è un esempio un bambino che sgrana gli occhi davanti ai genitori nella speranza che facciano qualcosa al posto suo, oppure uno studente che confida di prendere un buon voto anche se non ha studiato, convinto della bontà dell’insegnante.

Lo psicanalista giapponese Takeo Doi descrive l’amae come “un’emozione che dà per scontato l’amore dell’altra persona”. Vi è dunque un velo di necessaria ingenuità, poiché atta a nascondere la paura che il proprio desiderio di amore venga respinto. Un bambino infatti non può comportarsi in modo amai finché non ha superato i primi anni di età, ovvero finché non ha raggiunto quella fase dello sviluppo in cui è in grado di distinguere se stesso dagli altri e quindi di comprendere che non sempre i suoi bisogni possono essere soddisfatti.

Tale paura è sconfortante e si lega ad un senso di impotenza. Non è un caso che appartenga alla stessa radice la parola amanzuru, la quale descrive lo stato mentale in cui una persona accetta passivamente tutte le circostanze in cui si trova.

Va detto che l’amae è in ogni caso una componente fondamentale delle relazioni umane, nonché un monito riguardante il nostro bisogno di affetto. Senza amae verrebbero a mancare moltissimi elementi relazionali, come ad esempio il concedersi all’accudimento della persona amata, o il ricercare un abbraccio di cui abbiamo sentito la necessità per tutto il giorno.

Nel prossimo articolo, in uscita il prossimo mercoledì, parlerò del potere degli abbracci e di cosa ci dice la scienza al riguardo.

Nel frattempo potete leggere alcuni articoli passati legati al tema delle relazioni:

Saudade, un ultimo saluto a chi va per mare

Il calore della compagnia: gezelligheid

Incontrare la propria miseria nella litost

Broodiness, quiestione di utero (?)