Broodiness, questione di utero (?)
Vai al contenuto della pagina

Broodiness, questione di utero (?)

Sottotitolo non presente

Leggi l'articolo

Broodiness, questione di utero (?)

Tradizionalmente il termine broodiness si usa per indicare la tendenza alla covata negli ovipari. Una gallina che diventa broody, improvvisamente inizia a sedersi sulle uova per incubarle, rinunciando ad altre necessità come il cibo e l’acqua.

Nel corso del tempo questa “tendenza alla covata” è stata estesa anche alla donna, per indicare un intrinseco bisogno di avere figli. Il senso comune ha sempre tentato di spiegare questo presunto fenomeno come il risultato di una qualche spinta ormonale, ma sarebbe riduttivo e poco sensato accontentarsi di una spiegazione del genere. Non intendo approfondire il vissuto della broodines e le sue cause, dal momento che ho scarse conoscenze sull’argomento. Il mio vero interesse, che spero di trasmettere al lettore, è domandarmi come mai spesso ci si è accontentati di una spiegazione tanto superficiale riguardo questo ed altri vissuti femminili. Esiste infatti una lunga tradizione quando si tratta di rappresentare le donne e le loro emozioni come se fossero alla mercé di una qualche loro misteriosa biologia.

Per farvi un esempio, non è un caso se l’isteria, uno dei disturbi mentali più studiati nel secolo scorso, derivi dal greco hystera, che significa utero. Questa categoria diagnostica, oggi caduta in disuso, veniva usata per raccogliere un’ampia serie di sintomi psichici e fisici che colpivano soprattutto le donne. Si va da stati depressivi e gastriti a manifestazioni molto eclatanti come l’arco isterico descritto da Charcot, in cui le donne ammalate a letto si irrigidivano arcuando la schiena. Per gli esorcisti era un chiaro segno di possessione demoniaca, per gli psicologi dell’epoca invece le cause erano da ricercare nella sessualità femminile, ritenuta a quei tempi una sorta di complesso mistero biologico. In entrambi i casi, era perlopiù irrilevante quello che pensasse la donna di tutto ciò e quali fossero le sue impressioni al riguardo, dal momento che non era ritenuta lei la protagonista della propria malattia.

Convinzioni simili hanno radici profonde nel tempo, basti pensare che già dall’antica Grecia esisteva la teoria dell’utero errante, che è rimasta in vigore fino a qualche secolo fa. Uno dei primi scritti al riguardo viene fatto risalire ad Areteo di Cappadocia, vissuto intorno al 100 d.C. Egli scrisse: “nel ventre della donna giace l’utero, un organo femminile, che assomiglia molto ad un animale; difatti si muove da solo […]. Per descriverlo in una parola, è completamente erratico. Apprezza i profumi e si muove verso di loro; ha un’avversione per gli odori fetidi e vi si allontana. In generale, l’utero è come un essere vivente dentro ad un altro essere vivente.

In conclusione, leggendo esempi come questi si ha l’impressione che secondo la medicina classica fosse la donna ad appartenere all’utero e non viceversa. Forse non è un caso che oggigiorno nascano tutte queste diatribe sui diritti riguardanti il corpo femminile.