Incontrare la propria miseria nella litost
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Incontrare la propria miseria nella litost (parte 1 di 2)

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Incontrare la propria miseria nella litost (parte 1 di 2)

Uno studente sta facendo il bagno nel fiume con una sua amica studentessa, la quale è follemente innamorata di lui. Le loro abilità nel nuoto sono molto differenti; la ragazza è atletica, guizza nell'acqua con l'agilità di un pesce e sa trattenere il fiato molto a lungo. Il ragazzo, al contrario, usa gran parte delle sue energie per mantenersi goffamente a galla e non può che restare vicino alla riva.

Per tutta la durata del bagno, l'atletica studentessa si adatta al ritmo del proprio compagno, restando sempre al suo fianco e trattenendosi dal dare sfoggio della sua abilità. Quando la giornata sta per finire ed è arrivato il momento di uscire dall'acqua, la ragazza decide di dare sfogo alla sua energia repressa e con poche bracciate raggiunge la riva opposta. Lo studente non può fare altro che guardarla nuotare, mentre sente crescere dentro di lui una sensazione di umiliazione. D'improvviso gli appare dinanzi la propria infanzia, caratterizzata da una salute sempre cagionevole e da una madre troppo protettiva che non gli ha mai consentito di svilupparsi. Si accorge di sentirsi un miserabile.

Più tardi, sulla strada del ritorno, lui adirato tira uno schiaffo alla ragazza, rimproverandola che non avrebbe dovuto nuotare verso la riva opposta, perché è pericolosa a causa dei mulinelli. Lei scoppia a piangere e lui si sente sollevato.

La scena che ho appena descritto è tratta dal quinto capitolo dell'opera "Il libro del riso e dell'oblio", scritto da Milan Kundera. Il capitolo in questione è nominato Litost, che è l'emozione di cui voglio parlare oggi. Litost è "uno stato tormentoso suscitato dallo spettacolo della nostra miseria improvvisamente scoperta". Il termine non ha un diretto equivalente in un'altra lingua, eppure, dice l'autore, è impossibile comprendere l'animo umano senza conoscerne il significato.

Vi faccio un altro esempio: quando era ragazzino, il nostro studente fu costretto ad iscriversi a dei corsi privati di violino. Lui non era molto dotato e l'insegnante lo rimproverava di continuo con disprezzo, ma il giovane invece di impegnarsi di più iniziava a sbagliare apposta per esasperare l'insegnante. Una nota dopo l'altra, lo studente sprofondava di proposito nella propria miseria.

Kundera descrive la litost come un motore a due tempi, nel senso che si possono distinguere due scatti emotivi in questo processo. Il primo è quello che sicuramente abbiamo riconosciuto dai due esempi, ovvero l'insorgere di un penoso senso di auto-compatimento. Il secondo è il tentativo di recuperare questa mancanza. A tal fine, possiamo trovare un pretesto per vendicarci su chi ci ha fatto sentire miserabili, come nel caso dello schiaffo alla ragazza. Se invece il nostro avversario è più forte dobbiamo optare con qualcosa di più indiretto; nel caso delle lezioni di violino, il ragazzo avrebbe voluto continuare a sbagliare finché l'insegnante non lo avrebbe scagliato fuori dalla finestra, ed egli durante la caduta mortale sarebbe stato felice al pensiero che il professore sarà accusato di omicidio.

Ma perché mettere in atto un simile comportamento? Nella seconda parte, in uscita fra una settimana, approfondiremo questo meccanismo!