Incontrare la propria miseria nella litost (parte 2 di 2)
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Incontrare la propria miseria nella litost (parte 2 di 2)

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Incontrare la propria miseria nella litost (parte 2 di 2)

Nel nostro primo incontro con la litost, che potete leggere qui, abbiamo incontrato due esempi tratti dall'opera "Il libro del riso e dell'oblio" di Milan Kundera, nel quale l'autore dedica un intero capitolo al tentativo di spiegare questa emozione. Litost è infatti una di quelle parole difficilmente traducibili in altre lingue, similmente alla saudade di cui si è parlato alcune settimane fa.


Oggi, senza mai farci mancare la compagnia di Kundera, ci addentriamo nella metaforica tana del bianconiglio per andare a fondo della questione, e capire meglio il meccanismo sottostante alla Litost.


A tal fine, ci è utile considerare l'affermazione dell'autore secondo il quale l'amore sia un rimedio alla litost dal momento che "chi è assolutamente amato non può essere miserabile. Tutte le sue mancanze sono riscattate dallo sguardo magico dell'amore". Fra due innamorati vi è l'accettazione indiscussa delle proprie debolezze, pertanto è impossibile provare miseria per se stessi. 


Tuttavia, anche l'amore al verificarsi di certe condizioni può divenire essa stessa fonte di litost. E' quando l'illusione di identità assoluta viene a mancare, restituendo ai due amanti la propria individualità, rottura che può essere una pausa liberatoria per l'uno quanto penosa per l'altro. Ecco che quest'ultimo, nel sentirsi di nuovo "se stesso", viene sopraffato dalla propria miseria che fino a poco fa l'incantesimo affettivo ha celato con maestria. Nell'esempio dei due studenti al fiume che abbiamo discusso nella prima parte dell'articolo, ciò corrisponde al momento in cui la ragazza abbandona il fidanzato a riva per nuotare fino alla sponda opposta. 


In risposta a questo abbandono sorge un più o meno consapevole desiderio di vendetta atto a ristabilire l'equilibrio personale e relazionale, facendo in modo che anche l'altro si mostri altrettanto miserabile. Nell'esempio, lo studente tira uno schiaffo alla compagna facendola piangere.


Un gesto simile si presenta necessariamente con una maschera di ipocrisia, dal momento che deve nascondere le sue vere ragioni, pena la rivelazione di questo gioco perverso e la conseguente fine della relazione. Lo studente che schiaffeggia la compagna lo fa rimproverandola di essere andata fino alla riva opposta, dove ci sono dei pericolosi mulinelli che avrebbero potuto inghiottirla. Il suo agito di aggressione è quindi mascherato da atto di protezione nei confronti di lei, quando in realtà a guidare la sua mano è stato il semplice desiderio di farla piangere. Ecco che di fronte alla sue lacrime lo studente sente sbollire la rabbia per lasciare il posto ad un senso di compassione; a quel punto cinge la fidanzata tra le braccia poiché sente che l'equilibrio è finalmente ristabilito e la coppia può nuovamente perseverare nell'amore. In verità, dice Kundera, poco tempo dopo la ragazza ha lasciato il suo compagno perchè in fin dei conti "non è per niente bello farsi picchiare da uno perché non sa nuotare"


Da questa analisi risulta ovvio che non possiamo incolpare l'amore quando è palese che la vera causa sottostante è un difetto personale;

E' insomma una questione di maturità emotiva, di cui ogni individuo è personalmente responsabile. E' proprio facendo esperienza dell'umana miseria, e non evitandola, che possiamo ergerci al di sopra di essa e preservarci dalla litost (e dunque amare senza ipocrisia). L'autore stesso lo dice chiaramente: "chi possiede una profonda esperienza della comune imperfezione della gente è relativamente al riparo dagli accessi di litost. Lo spettacolo della propria miseria è per lui qualcosa di banale e poco interessante. La litost è dunque un tratto dell'età dell'inesperienza. E' uno degli ornamenti della giovinezza." 

Per approfondire:
Il libro del riso e dell'oblio - Milan Kundera