Giuseppe De Santis raccoglie la storia di una donna che ha salvato molti ebrei
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La piuma bianca

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La piuma bianca

Intervista a cura di Giuseppe De Santis*

 

 

«Mi faccia un po’ pensare, Levi… Levi… di cognome, il nome non lo ricordo» esplode in un sorriso Nini. «Era una persona molto gentile. Gestiva un negozio di cose orientali e di tappeti persiani. Lui… ci suggerì l’idea. “Beate ragazze! Voi potreste fare chissà cosa!” ogni tanto buttava lì. Levi… Levi… l’ebreo del negozio Crof di tappeti persiani…» ricorda con un filo di nostalgia Nini.

«Durante la pausa lavoro andavamo a mangiare un panino di fronte al suo negozio, così nacque la simpatia e… ci suggerì come fare: la piuma bianca!»

Nini, al secolo Teresa Moro, ha occhi husky velati dal tempo e una leggera malinconia. Le gote rosee paiono quelle di una bambina, in salute pasciute, e non tradiscono l’incrudire del tempo, dolore in giunture, una fibrillazione atriale e tanta amarezza: Nini ha perso due mariti e un figlio.

Nini, classe 1921, fa fatica a camminare, appena due passi e deve prendere fiato, come se avesse un peso sulle spalle e l’aria fosse lì lì per sfuggire. Nini fa fatica anche a parlare e a ogni parola deve tirare un profondo respiro, ma vuole raccontarsi con l’entusiasmo di chi ha ancora cara la vita.

«Lunedì e sabato, era la piuma bianca sul vestito o sul cappello. Martedì e venerdì, era un anello sul dito mignolo che si faceva roteare. Mercoledì e giovedì, era un fiore all’occhiello…» questi semplicemente i modi per farsi riconoscere, racconta Nini.

Gli ebrei, senza dire parola, si recavano nel suo ufficio per aver smarrito la carta d’identità. Nini semplicemente raccoglieva i loro dati anagrafici in un foglio che poi faceva firmare. In seguito, inviava questi dati all’ufficio morti. L’usciere dell’ascensore di sinistra indicava agli ebrei la porta del corridoio in fondo a destra per presentarsi alla persona alla quale rivolgersi, che ritirava il foglio e spiegava loro il da farsi. Infine un messo, nell’apparenza formale, controllava che le generalità e le notizie fornite dal richiedente fossero esatte, in realtà consegnava le nuove generalità che venivano prese dall’elenco dei morti e debitamente falsificate. In sostanza, a parte qualche difficoltà per orientarsi nel dedalo di uffici e corridoi, il gioco era semplice: alcuni ebrei morivano nelle loro generalità e alcuni morti di età e qualche tratto somatico similare resuscitavano in altre fattezze. Roba da non crederci!

Ma procediamo con ordine. Gli anni che ci racconta Nini sono quelli che vanno dal 1939 al 1942 e il comune era quello di Milano, poi lei rimase incinta e dovette smettere di lavorare.

Nini era stata assunta dal comune di Milano a seguito della chiamata universale al lavoro. Anzi, per dirla tutta, era stata assunta dalla Borletti, ma per l’interessamento di un suo zio venne poi chiamata all’ufficio leva. Qui si trovò a lavorare e conobbe Alcina Alberti, Nuccia e Lucia Mannucci: «Sì! Proprio quella del Quartetto Cetra!» precisa Nini con entusiasmo, ma leggermente affaticata.

«Tra noi nacque una grande simpatia e quel pizzico di complicità che rende amiche» riprende dopo aver preso fiato ed essersi levata gli occhiali scuri, che non toglie dagli occhi neanche in casa: Nini dice di star bene solo al buio. «E già qui la combinammo grossa, tant’è che dopo sei mesi ci spostarono in altri uffici sospettando qualcosa.»

Le quattro ragazze, di fronte a casi gravi di famiglia o suppliche di madri preoccupate per le sorti dei figli, spesso imboscavano le cartoline precetto collocandole, per esempio, nella casella alfabetica sbagliata: tutta al più si poteva pensare a un errore piuttosto che ad una omissione. «Io ero la più temeraria!» ci racconta Nini con un pizzico d’orgoglio.

Così, a causa di questi sospetti, ma anche per il fatto che la chiamata alle armi calò notevolmente dopo la prima ondata, le ragazze furono separate: Nini venne spostata all’ufficio carte d’identità, Alcina Alberti all’ufficio anagrafe, Nuccia all’ufficio morti e Lucia Mannucci all’ufficio generale.

«La condizione degli ebrei a seguito delle leggi razziali era molto peggiorata» riprende Nini. «Prima i fascisti si limitarono a rendergli la vita più dura. Poi pian piano le persecuzioni divennero mirate fino alla deportazione. Fu in questo clima che ci venne l’idea: perché non proviamo a renderci utili? E dal 1939 fino al 1942, esclusi i sei mesi iniziali all’ufficio leva, ci adoperammo a falsificare i documenti degli ebrei. C’erano dei giorni in cui non veniva nessuno. Ve n’erano altri in cui veniva più gente. A volte capitavano persone o famiglie intere che non avevano più un recapito: in questo caso si mandavano prima all’ufficio del registro e poi s’imboscavano nella soffitta del Comune, fino a che non eravamo in grado di fornire loro i documenti. Davamo loro anche il cibo e l’occorrente per quei giorni. E tutto questo, pensato e ideato, su suggerimento di Levi, l’ebreo del negozio Crof!» conclude Nini in un sorriso anche se visibilmente molto affaticata.

«Ma sapeva a che cosa poteva andare incontro se fosse stata scoperta?» provo a chiederle ancora incredulo.

«Non ci ho mai pensato» risponde Nini senza nessuna esitazione. «Anche se ho assistito a scene raccapriccianti di violenza inaudita, non ci ho mai pensato. E mai ho voluto niente. E ancora adesso non voglio niente: il cuore mi dettava di fare così e basta.»

«E com’è che solo ora si è decisa a raccontare tutto?» chiedo ancora frastornato, come se non fossi ancora appagato e vorrei continuare a parlare per l’eternità, tanta è l’ammirazione nei confronti di questa donna.

«È colpa loro…!» indica Nini verso Aldo Salvador, un signore compito e ben educato, testimone di Geova. «Io avevo paura di parlare, avevamo commesso diverse illegalità… Poi durante l’adunanza è uscita questa storia e ora siamo qua.»

Per un attimo che sembra non finire mai, tutti nella stanza restiamo in silenzio. Ci guardiamo in viso l’un l’altro e sorridiamo di cortesia. Nini sorride e respira d’affanno. Poi infila gli occhiali scuri, s’abbraccia al bastone e si tira su: dinoccolata va fino alla camera da letto, resta un attimo e ritorna con una foto di lei giovane: «Così ero a vent’anni!» sussurra delicatamente. Sembra Silvana Mangano in Riso Amaro. Ne deve avere infranto di cuori! Anche nella sua venerabile età resta una bella donna: è proprio vero che ogni età ha una sua bellezza.

«E ora come se la passa?» provo a chiederle con tenerezza.

«Sono troppo vecchia! Sono l’unica nella mia famiglia che è arrivata a ottant’anni! E a ottant’anni… si vive solo di ricordi. Poi la morte di un figlio è atroce. Sono nata sola e morirò sola. Non è bello parlare col silenzio. E poi questo mondo non mi piace. Questo mondo è fatto solo d’interesse, non è genuino. Ed io sono stanca di portarne il peso». Così Nini si congeda e il suo commiato sembra una foglia ingiallita sbatacchiata dal vento dell’inutilità. Ma Nini forse non sa che le sue parole sono quelle di chi vive la vita in tutta la sua dignità, poetessa nell’anima prima che nelle cose.

 

 

 

(*) Questa intervista è stata pubblicata per la prima volta nel numero quattro del Quadernetto 2001-2002, edito dall’Istituto Tecnico Commerciale Statale e per Geometri “G. Maddalena”, tutto dedicato alla Shoà, al genocidio armeno e alla strage di Bologna del 1980. Viene ripubblicata con qualche piccola correzione.

Durante l’intervista alla signora Teresa Moro si è avuta la sensazione che molti fatti d’epoca si siano accavallati nella sua memoria. Così come, con molta probabilità, viste le complicità che emergono dallo stesso racconto (l’usciere, il messo, così come pare coinvolto anche l’ufficio del registro), il piano ordito per salvare gli ebrei fosse il frutto di qualcosa di più grande e ben organizzato. Resta comunque il fatto, che non è cosa di poco conto.