Sul nichilismo in Nietzsche e in Leopardi
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Solo un nome. Sul nichilismo in Nietzsche e in Leopardi

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Solo un nome. Sul nichilismo in Nietzsche e in Leopardi

“Leopardi si lamenta, ha motivo di lamentarsi; ma con ciò non rappresenta il perfetto tipo del nichilista.” Questo scrive Nietzsche nei Frammenti postumi del 1887-1888, contrapponendo la sua forza di combattere il dolore a quella di Leopardi. E forse a ragione perché, per Nietzsche, il perfetto nichilista non è chi considera che tutto sia vano e meriti di morire, ma è lo stato degli spiriti e delle volontà forti per opporsi ai valori morali tradizionali che dominano il mondo(1).

Ma se in Nietzsche è ormai consolidata l’accezione positiva del termine nichilista, qual è il significato che assume in Leopardi? E quali motivazioni poteva addurre Nietzsche per affermare che Leopardi non fosse un nichilista?

In una nota dello Zibaldone del 30 dicembre 1821, Leopardi ha il sospetto di aver trovato il significato di hil dall’antichissimo latino. E, sulla scia del Forcellini e di altri etimologi, considera Nihilum composto da ne e hilum. Ne fa fede il fatto che Lucrezio e altri l’abbiano utilizzato, rompendo il composto in neque hilo, invece di nihiloque. Motivo per cui non vi è questione: la particella ne (cambiata nella composizione in ni) assume valore di negazione, di privazione(2).

Fin qui, dunque, nulla di particolare che non fosse già stato ampiamente trattato e considerato. Il problema, invece, si poneva sul significato di hilum. Sempre Leopardi ci dice che, essendo una voce antichissima, i grammatici non sapevano propriamente cosa potesse significare, non si sapeva al tempo di Festo (grammatico latino del II-III sec. d.C.), né tanto meno al tempo di Dante: cosa d’altronde naturale, avendo tante parole perso il loro significato originario.

Leopardi crede che hilum non significhi altro che materia o cosa esistente (dentro la materia), che derivi dall’antichissimo hilh o hulh, e che abbia lo stesso significato della parola greca ϋλη, nel senso anche di silva, appunto di materia, di legno, o legname(3).

Eccoci così pervenuti a una conclusione nuda e cruda sul significato di hil: e qualora si consideri che ne homo, cioè nemo, voglia dire nessuna persona, così ne hil, cioè nihil, originariamente volesse dire nessuna materia, nessuna cosa, espressamente nulla(4).

Stando dunque alle convinzioni di Leopardi che tutte le lingue e le idee primitive sono nate dall’esigenza di rappresentare concetti semplici e la somma materialità delle cose, ne viene che il nulla è negazione, privazione della materia. Ne consegue che la materia è l’unico modo di essere possibile e reale che si possa conoscere e distintamente immaginare; e che ogni essere vivente non può che sentire e immaginare per come è, nell’unico modo che gli è possibile. Il nulla, invece, non è, e dunque impossibile da conoscere. Perfino Dio se esistesse, non potrebbe che abbracciare la materia nella sua essenza. Insomma il principio delle cose, e di Dio stesso, o è la materia o è la sua negazione, il nulla, che non è.

 

“Vale a dire che un primo ed universale principio delle cose, o non esiste, né mai fu, o se esiste o esisté non lo possiamo in niun modo conoscere, non avendo noi né potendo avere il menomo dato per giudicare delle cose avanti le cose e conoscerle al di là del puro fatto reale(5)”.

 

Vale la stessa cosa per la morale. Per Leopardi non esiste e non può esistere né il sommo bene né il sommo male; tanto come sommo, quanto come bene o male, poiché nessuna cosa è per sé buona o cattiva. Il bene e il male insomma esistono dentro i limiti di una stessa natura e a cagione di un sistema di valori che si può definire più o meno buono o cattivo, ma mai assoluto(6).

Il nulla è una condizione dentro la materia e mai si può conoscere, se non per via di privazione. Come la morte semplicemente non è: non è prima poiché noi non siamo; non è durante perché noi siamo; e non è dopo perché noi non siamo più. Si può solo concepire con il pensiero e con le parole, e forse è l’unico modo di essere infinito.

 

“Pare che solamente quello che non esiste, la negazione dell’essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l’infinito venga in sostanza a essere lo stesso che il nulla(7).”

 

Il nulla, dunque, è un’idea, un parto della nostra fantasia, a un tempo frutto della nostra piccolezza e della nostra superbia, una contraddizione in termini, perché non si può comprendere se non per via di pensiero, d’immaginazione e privazione, e forse coincide con l’infinito. Dovrebbe essere un luogo, avere un’estensione, ma come può avere uno spazio ciò che non è?

Sarebbe fuori dal tempo, se il tempo fosse, ma l’idea di tempo rientra “in quella di ultimo, finito, passato, morte, non meno che in quella d’infinito, interminabile, immortale(8)”. E allora come determinarlo?

A volte è preferibile alla realtà, ma il nulla resta una fantasia come l’infinito e l’eternità, perché niente e nulla può dimostrare la sua esistenza, e cioè se sia vero o falso. La conclusione logica, per Leopardi, è che il nulla è solo un nome, anzi una logomachia, che può avere un qualche significato solo nel suo essere poetico, se non altro per il mistero e il vago che sparge come apparenza.

Ora, anche se a volte Leopardi agogna il nulla più della sua stessa vita, non ci pare proprio voglia glorificare l’inesistenza e darle un senso. Anzi ci fa maggiormente desiderare la vita. La sua è una cognizione, la presa d’atto di una presenza ingombrante che riconduce alla morte, ma resta un nome, anzi una logomachia: secca e arida come guscio vuoto nella sua inesistenza, più che “una traccia che racconta, nel suo affiorare, la storia del pensiero nichilista(9)”.

E se Nietzsche dalla morte di dio, della storia e di ogni morale, dal niente che resta, trae la linfa vitale per riproporre l’uomo nella sua essenza critica e andare oltre; Leopardi dalla cognizione del nulla definisce il senso del passato, recupera l’antico, esalta le passioni, nega la ragione che uccide l’umanità, svela le illusioni come segno di vitalità, insegue con quanto si possa in ardore e tenerezza la vita nel suo sogno di vanità.

Nietzsche si autoproclama profeta, nichilista, uomo nuovo; Leopardi semplicemente non è mai sazio di indagare il mistero per restare impigliato nei mille segreti, nelle tante verità e nelle mille contraddizioni, quante sono quelle tra essere e non essere, che regolano il mondo e la vita dei viventi. E anche quando afferma perentoriamente che la vita è semplicemente un male e il non vivere, o il vivere meno, è semplicemente un bene o il male minore (e dunque preferibile alla vita stessa), non fa che esorcizzare la morte. Come per gli antichi, l’abitudine alla morte è un feticcio da vezzeggiare, è un modo per conoscerla, un prepararsi a ciò che non si riesce ad accettare. I morti, se potessero, anche nell’aldilà, non avrebbero altri pensieri che la vita e i ricordi legati alla vita: in qualche modo, qualcosa che appartiene alla vita piuttosto che al nulla. Questo è il motivo per cui, come la maggior parte degli esseri viventi, Leopardi, per quanto ha potuto, ha scelto la vita e non la morte: a un tempo il più antico tra gli antichi e il più moderno tra i moderni, nella certezza impossibile della felicità e nella convinzione che ogni limite non è nella materia ma nelle idee umane(10).

 


(1)In Friederich Nietzshe, Intorno a Leopardi, a cura di Cesare Galimberti, Il melangolo, Genova, 1992, pag. 107. “… Che anni! Che lunghi dolori! Che intimi turbamenti, sconvolgimenti, solitudini! Chi ha sopportato tanto quanto me? Certo non Leopardi!” (Lettere a Erwin Rohde)

(2 In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone di pensieri, a cura di Walter Binni, volume secondo, Sansoni editore, Firenze, 1976, pp. 598-599. Si veda a questo proposito la teoria di Leopardi sulle origini delle lingue, in Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pp. 364-374.

(3)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 374.

(4)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 599.

(5)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 389.

(6)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 582.

(7)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 1099.

(8)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 632

(9)In Antonio Prete, Il pensiero poetante, Milano, Feltrinelli, 1984, pag. 27.

 

(10)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 835.