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Non era una colonia estiva, né un luogo di vacanza

La storia del Manicomio di Rovigo è soprattutto la storia delle migliaia di persone che vi sono state internate dal 1930 al 1978, anno in cui è stato ufficialmente chiuso.

Per far rivivere questa memoria, Biancoenero organizza una serata, sabato 13 ottobre, alle 21.00 al Centro servizi volontariato di Rovigo, in viale Tre Martiri, 67/F (vedi sito). A quarant’anni dalla Legge Basaglia, “C’era una volta il manicomio di Rovigo” rievoca le storie di chi ha vissuto recluso nella struttura di Granzette, con foto, video e teatro. Roberto Costa presenterà la storia illustrata del manicomio, per cedere poi la parola agli attori Antonia Bertagnon e Luciano Prandini, che daranno vita ad un’orazione a Franco Basaglia.

Grazie a Basaglia e alla legge che porta il suo nome, il 13 maggio 1978 ben 120.000 persone uscirono finalmente dai 97 manicomio in Italia. Dal 1930 al 1978, il manicomio rodigino ha internato una media di 700 malati l’anno. Dopo la chiusura ufficiale, il residuo psichiatrico ha funzionato comunque fino alla fine del 1997, per poi essere definitivamente abbandonato.
Oggetto di vari progetti di riqualificazione (ad esempio, doveva ospitare un polo oncologico regionale), è stato di recente affidato dall’Ulss all’associazione I Luoghi dell’Abbandono, che organizza visite guidate al parco e ai padiglioni.

La progressiva scomparsa dei pazienti e degli operatori che vi hanno lavorato, però, sta di fatto cancellando il ricordo di questo luogo e del suo significato. “E’ la società che definisce il malato e lo reclude e segrega in uno spazio separato – scriveva Basaglia – In una “istituzione totale” in cui comincia e spesso finisce la sua carriera morale. L’istituzione, in cui i malati vivono-muoiono, è costruita per eliminare e, insieme, per continuare a far vivere coloro che non si sono adattati, che non hanno accettato e non sono stati accettati. In questo spazio totale, colpa e malattia, deviazione dalla norma, “destino” sono la stessa cosa. Il malato è il risultato ultimo di un meccanismo di esclusione, di violenza, di controllo sociale”.

Biancoenero cita anche un testo di Franco Prandini, “Un inverno che fa scuro presto”, che evoca la reclusione in manicomio: “Ora non ero che un uomo vuoto che non doveva più pensare, un uomo senza volontà, solo con i suoi fantasmi e le sue paure, che sarebbero state amplificate dalle stanze bianche e intrise di odori sgradevoli, di merda, di orina, di fumo stantìo… E non c’erano più stagioni, solo l’inverno, perché fa scuro presto… Dicevano… Già dicevano cosi, perché il sole qui dentro non serviva a nulla, non era una colonia estiva, né un luogo di vacanza… quindi a letto presto, legati o slegati… anzi sempre legati, meglio non correre il rischio che l’infermiere di notte dovesse svegliarsi controvoglia…”

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