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Nordest: luci & “ombre”

Avevo meno di trent’anni quando ho lasciato il Veneto, il resto della vita l’ho passato in Italia e all’estero, ma le mie radici sono testardamente abbarbicate al Polesine, quel territorio tra Adige e Po cui appartengo e dove torno volentieri. Ma l’amore per la mia terra e la sua gente non mi impedisce di essere obiettivo, o almeno di cercare di esserlo.

C’è qualcosa di strano, di sgradevole che serpeggia nella nostra regione: una mistura di sensazioni, emozioni ed opinioni che mi sembra preoccupante. Si tratta di campanilismo, misto a malcelato razzismo, a demagogia ed ad una buona dose di ignoranza che funge da collante. Sono spinte autonomiste o addirittura indipendentiste, trovano terreno fertile perché in qualche modo contrabbandano la promessa di un futuro migliore, ma si tratta di qualcosa che se fosse realizzato come proposto si trasformerebbe in un vero e proprio incubo fatto di arretratezza e miopia.

E’ fuori discussione che il Veneto lavora, produce ed esporta ed è altrettanto incontrovertibile la sproporzione tra quanto viene prelevato dallo stato centrale e quanto viene restituito in termini di servizi. L’equazione “meno tasse = più ricchezza” è semplicistica e illusoria, funziona nei proclami da Bar Sport, decisamente meno nella realtà.

Ma chiediamoci, con un briciolo di onestà, quale sia stato il cammino che ci ha portati da regione  povera nel primo dopoguerra a vera e propria locomotiva che insieme alla Lombardia produce una quota significativa del PIL nazionale.

E’ un percorso fatto di quantità e non di qualità, un popolo di ex migranti che si ammazzavano di lavoro tra fabbrica e podere, di imprenditori molto dinamici che però non si preoccupavano dell’ambiente o del patrimonio artistico di questa terra, di politici locali ignoranti, affaristi e arrivisti. Abbiamo barattato le villette con taverna e le Mercedes con la salute dei nostri figli, abbiamo devastato il territorio con aree industriali costruite a ridosso di zone paesaggistiche, abbiamo impoverito i centri storici spostando il commercio negli outlet e nei centri commerciali. Abbiamo dato credito e potere a personaggi che hanno costruito il petrolchimico di Marghera, la centrale di Polesine Camerini, il distretto conciario della Val di Chiampo o il Mose, solo per fare qualche esempio.

Gestire il territorio e pianificare il proprio futuro non è come organizzare la sagra della luganega, serve una cultura diversa da quella che ci ha guidato sinora, anzi diciamo che serve cultura, il problema è questo. Assistiamo ad un teatrino squallido, nel quale si alternano modestissimi tribuni della plebe che propongono ricette impraticabili di autonomia e indipendenza (che ahimè sembrano giustificare le contestate affermazioni di Oliviero Toscani), accanto a dinosauri del sistema dei partiti che continuano a chiederci il consenso nonostante siano a tutti gli effetti i responsabili della situazione che stiamo sperimentando.

Il Veneto potrebbe vivere di turismo ed enogastronomia di qualità valorizzando le straordinarie risorse che possiede e pianificando una graduale deindustrializzazione, almeno per i settori manifatturieri nei quali ha perso competitività, a causa della folle globalizzazione appoggiata, non dimentichiamolo, dall’Unione Europea e dall’attuale classe politica. Per realizzare questo disegno, ambizioso ma probabilmente obbligato per garantirci un futuro, servono visione, cultura e pragmatismo, doti che purtroppo scarseggiano ai candidati che vedo proporsi alla guida del nostro amato Veneto.

Tutti a celebrare i fasti del Prosecco e dei milioni di bottiglie esportati, senza pensare che tra qualche anno i pesticidi usati nei vigneti avranno definitivamente inquinato le falde: moriremo, si, ma saremo sepolti all’ombra del rassicurante vessillo con il leone alato.

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