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Opera Prima, il festival delle nuove generazioni teatrali

E’ tornato a Rovigo dal 13 al 16 settembre 2019 il Festival Opera Prima, in quattro giornate di festa dedicate alla sperimentazione e ai nuovi linguaggi scenici in un evento che è riuscito a mettere Rovigo al centro del dibattito sulla nuova modalità di fare ed essere Teatro.

Il festival è tornato

Nato nel 1994, il Festival Opera Prima, infatti, si era proposto da subito come un evento in grado di portare all’attenzione critica nazionale una nuova generazione teatrale che, negli anni novanta, non solo faticava ad emergere, ma era del tutto esclusa dalla scena teatrale italiana.

Il festival, storicamente organizzato e diretto dal Teatro del Lemming, viene rilanciato dall’Associazione Festival Opera Prima, grazie alla collaborazione con il Teatro del Lemming, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Rovigo e l’Amministrazione della Provincia di Rovigo, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo ed il patrocinio della Regione Veneto. Il Festival inoltre gode del riconoscimento e del contributo del MiBACT, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, unico Festival teatrale in Regione Veneto.

Opera Prima, alla 15 esima edizione edizione ha invaso teatri, spazi urbani e luoghi storici della città con i lavori di alcuni dei gruppi più originali del panorama regionale, nazionale, europeo ed extra europeo, che sperimentano nel campo delle performing arts.

Un ponte tra le generazioni

Massimo Munaro direttore artistico del festival, intervistato da Rai Radio Tre ha spiegato come Opera Prima sia un festival dedicato al teatro contemporaneo, cioè a tutto quel teatro che esplora e ricerca nuovi linguaggi. Un Festival, come afferma il nome stesso, dedicato innanzitutto alle nuove creatività giovanili, creando un ponte generazionale, in opposizione alle consuetudini odierne, che tendono a uniformare le differenze sostenendo unicamente ciò che è alla moda, Opera Prima si propone di ospitare e valorizzare la molteplicità delle tendenze e delle ricerche in atto nella scena teatrale italiana, partendo da 500 proposte da tutto il mondo, con quattro gruppi storici che invitano giovani come compagni di avventura.

E’ un teatro dello spettatore per valorizzarlo come soggetto e non solo come oggetto in 26 spettacoli.

“Sentiamo infatti la necessità di costruire uno spazio nel quale artisti di diverse età artistiche e anagrafiche, maestri e allievi, affermati o sommersi e nuovi talenti, si incontrino, riflettano, in bilico fra eredità e tradimento.”

La direzione artistica del Festival ha così individuato alcuni gruppi storici della ricerca teatrale italiana. Simone Capula, regista della generazione ‘90, allievo di Franco Vescovi e storico collaboratore del Teatro Tascabile di Bergamo; Stalker Teatro, compagnia torinese attiva professionalmente dagli anni ‘70 nella performance art; Lenz Fondazione, compagnia di Parma fondata alla fine degli anni ‘80; Accademia degli Artefatti, compagnia romana degli anni ‘90, guidata dal regista Fabrizio Arcuri, qui ospitata con una coproduzione con il Florian Metateatro di Pescara; Roberto Latini/Fortebraccio Teatro, gruppo appartenente alla generazione degli anni ‘90 e vincitore del Premio Ubu 2017 come migliore attore  grazie a Roberto Latini e del Premio Ubu come miglior progetto sonoro grazie a Gianluca Misiti; Alessandro Berti, bolognese appartenente alla generazione di fine anni ‘90.

I giovani al Festival

Ad alcuni di questi artisti è stato poi chiesto di segnalare un giovane gruppo o un giovane artista. Lenz Fondazione ha quindi segnalato Tim Spooner, artista inglese che mette insieme la manipolazione degli oggetti con la performance e l’arte visiva; l’Accademia degli Artefatti ha segnalato Filippo M. Ceredi, artista che lavora tra Milano e Berlino; Roberto Latini ha segnalato Pietro Piva, formatosi al Teatro San Martino di Bologna con Fortebraccio Teatro.

Inoltre Momec, guidato dall’artista rodigino Mario Previato, rappresenta una produzione del Festival Opera Prima perché partendo dal tema del festival Generazioni, ha sviluppato una installazione, “Memoria in Movimento”, che ha coinvolto i cittadini nella costruzione di una memoria collettiva della città: il progetto si è sviluppato attraverso la raccolta di ricordi di cittadini legati a luoghi di Rovigo, esposti alla Gran Guardia.

Gli spettacoli hanno invaso Rovigo in tutto il territorio urbano cittadino dal Teatro Sociale al Teatro Studio, alla ex Chiesa del San Michele, all’Accademia dei Concordi, in Sala Celio, ai Sotterranei Due Torri. Ma anche in luoghi all’aperto come il Chiostro degli Olivetani, Piazza Vittorio Emanuele II, Piazza Garibaldi, i Giardini Due Torri, Piazzetta Annonaria e Piazza XX Settembre.

Lo spettatore al centro

Ecco quindi la “Chiamata Pubblica per i cinque sensi dell’Attore”, con partecipanti volontari, tutti vestiti di bianco, che si sono sperimentati nella costruzione di un laboratorio corporeo, con una condivisione psicomotoria ed intimistica con il tuo vicino di cui non sapevi nulla.

Bellissimo “Hamlet privato”, teatro per uno spettatore nel sotterraneo delle due torri o in piazzetta Annonaria con Scarlattine teatro in un confronto dei tarocchi e degli arcani maggiori per parlare della tua vita e di Amleto, in un confronto forte non adatto a tutti, per la raffinata proiezione e percezione psicologica.

In “Angt vor der Anngt” l’attrice e autrice Chiara Elisa Rossini porta una tematica forte di paura, marginalità, con scenari dipinti, sangue reale e metaforico, in una ricerca di intimità e dignità per un teatro scomodo ma verosimile, per non dire reale.

In “Caligola-Assolo.1” la prima parte recitata in dialetto campano decisamente incomprensibile, non mi ha fatto ben capire e con me molti altri spettatori, la drammaticità dell’azione dell’attore Bernardo Casertano, molto espressivo fisicamente, ma di non chiara comprensione lessicale, per cui quando la scena è apparsa più aperta, con un finale fruibile, avevi la sensazione che ti mancasse una parte,

Grande successo per il “Teatro delle Ariette in Attorno a un tavolo”, a cui purtroppo non ho potuto partecipare per il numero chiuso della presenza degli spettatori che mangiavano il cibo preparato dalle attrici.

Caroline Baglioni, autore e attore in “Gianni”, ispirato alle sue audio cassette, è comparsa in scena abbracciando e cullando tante scarpe maschili e femminili, che poi ha buttato per terra, lanciato, mettendo in sequenza per parlare della malattia psichiatrica, del suo percorso fatto di mille sfaccettature.

In “Q and A (the 36 questions)” con un umorismo tipicamente yiddish,  quattro ballerini, due maschi e due femmine, hanno creato un clima dinamico ed interattivo con gli spettatori che sono stati invitati ad entrare in gioco e mettersi in discussione e relazione, per una comprensione reciproca.

Poi lo spettacolo “Famiglia” di Norberto Presta, attore ed autore argentino, di cui ho già scritto su Rem (qui), quando è venuto alla Casa della Legalità a Salvaterra e la chiusura alla grande domenica sera con il Teatro Valdoca di Mariangela Gualtieri in “Nostalgia delle cose impossibili”, ai giardini delle due torri a Rovigo, in una performance magica di vocalizzazione ed espressione poetica.

Un festival non facile, non sempre capito, di impatto forte e di spessore significativo, che apre nuovi orizzonti in attesa della prossima edizione.

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