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“Preferisco fare una foto, che essere una foto”

Si è aperta il 14 marzo a Bologna nelle splendide sale settecentesche di Palazzo Pallavicini la mostra “Surrealist Lee Miller”, una retrospettiva di 101 fotografie, di cui alcune esposte per la prima volta, dedicata ad una delle fotografe più importanti del Novecento.

L’esposizione è organizzata da Palazzo Pallavicini e curata da Vittoria Mainoldi e Claudia Stritof di ONO arte contemporanea.

Lanciata da Condé Nast, sulla copertina di Vogue nel 1927, Lee Miller diventa prima modella fra le più apprezzate e richieste dalle riviste di moda, poi fotografa affermata di moda e di arte. Durante la Seconda Guerra Mondiale mostra con i suoi scatti gli incessanti bombardamenti su Londra e diventa la corrispondente accreditata al seguito delle truppe americane. Fu lei la prima fotografa donna a documentare la liberazione dei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald oltre che a seguire gli Alleati durante la scoperta degli appartamenti di Hitler dove venne scattata quella che probabilmente è diventata la sua fotografia più celebre: “Lee nella vasca da bagno del Führer”.

La mostra si divide in sei sezioni: “Il ritorno a Parigi, Da Parigi a New York, All’ombra delle piramidi, Lee va in guerra, I implore you to believe this is true, Go home”, legate alle fasi di vita della fotografa inglese.

Donna eccezionale con un occhio surrealista che permane durante tutta la sua carriera che doveva essere sempre piena di stimoli; la nipote la descrive con tre oggetti: “la macchina fotografica Rolleiflex, la macchina da scrivere come giornalista ed il coltello da cucina”, perché dopo la guerra la sua casa è aperta agli ospiti e lei diventa una grande cuoca.

“Preferisco fare una foto che essere una foto”: così Lee spiega la sua decisione di diventare una fotografa dopo essere stata usata per la pubblicità degli assorbenti Kotex, che diffusa a livello nazionale provocò un vero e proprio scandalo. L’agenzia creò questa pubblicità con Lee modella famosa e l’uso delle foto per prodotti per l’igiene femminile la condannarono in via definitiva e la sua carriera da modella si interruppe bruscamente, perché nessun marchio di moda voleva la ragazza Kotex.

E Lee fece tantissime scatti, e l’archivio della Fondazione Lee diretto dal figlio Antony Penrose, autore anche del catalogo della mostra, è vastissimo, comprende lastre e rullini Kodak, di cui anche rullini inediti, stampe su carta Kodakcorrispondenza ai familiari, mentre le tante lettere per il secondo marito venivano scritte, ma mai spedite; invece lui le scriveva sempre, mentre lei era a fotografare in tanti paesi.

Donna caparbia ed intraprendente, rimase colpita da Man Ray, diventandone modella ed ispiratrice, con cui svilupperà la tecnica della solarizzazione.

Dopo questa parentesi formativa Lee torna a New York, troppo amante della sua libertà, sentendosi oppressa dalla gelosia di Man Ray, aprendo un suo studio fotografico, dedicandosi alla moda, ma dopo due anni chiuse lo studio partendo per l’Egitto dopo aver sposato Aziz ricco imprenditore egiziano, più vecchio di lei di venti anni; lì abbandonò la fotografia, dedicandosi alla chimica, che aveva imparato in camera oscura, facendo vita mondana; poi riprese a fotografare dall’alto della piramide di Giza, che tutti inquadravano dal basso nel deserto.

Tornata a Parigi partecipò ad un ballo surrealista e lì conobbe il suo secondo marito Roland Penrose, Picasso ed altri artisti e lì si dedicò all’edonismo, ben documentato nella fotografia Picnic a Cannes del 1937.
Si trasferisce poi a Londra e con l’inizio della prima guerra mondiale seguendo il consiglio del collega David Scherman, illustre reporter della rivista Life, divenne fotografa freelance per Vogue, con cui condivise per quattro anni l’esperienza di guerra.

Dopo Omaha beach Lee ritornò in Inghilterra con 35 rullini e ricevette da Vogue l’incarico di scrivere quasi diecimila parole, con una scrittura drammatica, presentando un reportage sull’ospedale in Normandia, le foto di Londra sotto i bombardamenti, sempre in chiave ironica ed in seguito fu testimone diretta dell’assedio di St Malò.

Arrivata in Germania al seguito delle truppe americane fu l’unica donna a fotografare i campi di concentramento e non credeva potesse esistere un tale orrore, compresi corpi bruciati parzialmente perché i tedeschi erano in fuga e non c’era più combustibile per alimentare i forni crematori, ben visibile in una sua fotografia esposta, e nei suoi articoli descrisse gli odori e quanto dicevano i soldati americani.

Dallo chalet di Hitler in fumo Lee portò via un vassoio d’argento con la svastica, conservato ora in Inghilterra nella sede della fondazione omonima.

Lee continuò poi a viaggiare per sfuggire a sé stessa, andando in Austria, Ungheria, Romania, poi Parigi e ritornò a Londra, abusando di droghe e alcool, subendo un trauma psicologico dalla guerra ed in seguito ebbe un tracollo con una depressione.

Non ha mai sponsorizzato la sua carriera, tenendo larga parte della sua vita nascosta, che il figlio iniziò a presentare dal 1990; negli ultimi anni della sua vita Lee si trasferì nella campagna inglese con la sua fedele cameriera Tanja Ramm, che divenne la sua migliore amica, dove le confessò di avere un cancro, a causa del quale si spense nell’estate 1977.

La mostra è visitabile fino al 9 giugno 2019 dal giovedì alla domenica dalle ore 11 alle 20 a Palazzo Pallavicini, in via San Felice 24, comprensiva di audioguida scaricabile con una App, anche per gli ipovedenti tramite un sintetizzatore vocale, con un sistema multimediale.

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