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Un romanzo di cui c’era bisogno

Sono così deluso dalla narrativa italiana contemporanea, malata, tra le altre cose, di scivoloso e nauseante egotismo, che è bastato un nome, Guido Conti, ed un titolo, Quando il cielo era il mare e le nuvole balene, per farmi sperare di non avere speso invano gli ennesimi due fogli da dieci euro.

Speranza che è diventata realtà fin dalle prime pagine del romanzo, che ho bevuto con una voluttà che non provavo da tempo.

La storia ti prende e non ti molla fino alla fine, dentro ci trovi contenuti densissimi, di quelli grandi e belli che ti scuotono e ti fanno pensare, e tutta una gamma di emozioni accompagna la lettura ad ogni pagina e ad ogni snodo della vicenda del piccolo Bruno, che cresce in una cascina del parmense a ridosso del Po con il nonno, la nonna, un amico tempestoso e tutta una serie di personaggi primari e secondari che, tutti, lasciano il segno.

La vicenda parte verso la fine degli anni venti e termina dopo l’alluvione del ’51, e in mezzo c’è il fascismo, la tragedia della guerra, le difficoltà della ricostruzione; e soprattutto un intreccio molto denso di eventi che coinvolgono Bruno, la sua famiglia ed alcuni vicini che vivono in cascina.

Non vale la pena svelare di più, perché significherebbe togliere il gusto di attraversare questo testo che si fa leggere con assoluta voracità. Conti è tecnicamente perfetto nel distribuire i fatti di questa storia, nel delineare i personaggi, nel costruire le attese e nello sciogliere le vicende; soprattutto è perfetto nel mettere la carne attorno allo scheletro; perché qui si parla di cose grosse: del bene e del male, della vita e della morte, dell’amicizia, del rapporto tra l’uomo e la natura; cose che se non lavori a bulino il testo e se non ci metti dentro un pensiero forte rischi di far venire fuori una delle tante porcate che infestano le librerie oggi.

Però Conti ha una mano sicura ed alle spalle non solo una grande esperienza narrativa, ma, soprattutto, una densa riflessione sugli argomenti che sono il perno “ideologico” di questo romanzo.

Lo so, posso sembrare pagato dall’ufficio stampa della Giunti, l’editore del romanzo: cosa che proprio non è. Piuttosto vengo da una lunga astinenza e da una lunga ricerca, da lettore, di un libro che semplicemente mi coinvolga, mi emozioni, mi stupisca, mi faccia riflettere, mi commuova: tutte queste cose il romanzo di Conti me le ha fatte provare, quando da anni riuscivo solo ad incazzarmi ed a provare un senso di impotenza di fronte ad una melma che mortifica la letteratura italiana contemporanea e la grande tradizione su cui poggia, almeno fino agli anni Ottanta.

Ma su questa melma Quando era il cielo… galleggia sicuro, illuminando un panorama letterario buio come una notte. Conti è un romanziere istintivo, oltre che dotato, come dicevamo, di grandi abilità tecniche, e questo romanzo è un dispositivo che funziona e che risponde alle esigenze del lettore, anche del più difficile,  semplicemente perché è bello, intenso e scritto bene, in un italiano semplice ma denso e nitido; il che lo fa diventare un romanzo necessario, di cui c’era un gran bisogno: uno di quelli che, arrivati alla fine, ti dispiace sia finito: ma all’ultima pagina è chiaro anche che Bruno, il nonno, la nonna, l’Americano e tutti gli altri ti resteranno dentro e sai che da lì non si muoveranno più.

One Response to Un romanzo di cui c’era bisogno

  1. […] questo romanzo ha scritto una bella recensione l’amico e maestro Sandro Marchioro sul blog remweb.it (e, più ampiamente, sulla rivista REM in edicola in questi giorni), convincendomi da subito a […]

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