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Quando il piombo rendeva liberi

L’inquadratura è stretta su due mani grandi e callose. Sembra impossibile che mani così ingombranti possano sistemare con tanta cura e delicatezza quei piccoli blocchi in piombo.In cima ad ogni sagoma le lettere, una accanto all’altra a formare parole, in sequenza frasi e poi colonne infinite e ordinate di testo. Un istante dopo le mani grandi, callose e inchiostrate passano lisce sulla superficie della matrice. È tutto alla rovescia, dunque tutto perfettamente dritto. E quando la rotativa parte i giochi sono fatti, il giornale va in stampa.

Questa sequenza non apre il film, anzi, quasi lo chiude. Ma è il baricentro della storia. Scrivere, stampare, portare a tutti la notizia. Per questo la rotativa corre veloce, per questo lo fa nel cuore della notte, per questo uomini e donne pazienti e silenziosi stanno chini su quel fiume di piombo e parole.

The Post è stato definito un film impellente, necessario, spedito. A dire il vero la sceneggiatura della giovane Liz Hannah giaceva da un po’, ottima storia ma adagiata da qualche parte. Quando però è capitata tra le mani di Steven Spielberg, tutto è diventato urgente. Come se all’improvviso un dormitorio venisse svegliato da chiasso e luci taglienti e tutti venissero esortati ad alzarsi e a mettersi all’opera. Spielberg per primo ha mollato tutto quello che stava facendo – un altro film – e non ha visto altro.

Ma cosa ha visto? La trama tessuta da quella giovane sceneggiatrice attorno ai Pentagon Papers , i Quaderni del Pentagono, sbattuti in prima pagina nel 1971 in piena era Nixon e in piena Guerra del Vietnam. Soprattutto ha visto un pezzo di storia recente, confinata laggiù nell’altro secolo, spaventosamente presente. Come dire, incuneata nel nostro quotidiano, mastice di politica, economia, gestione della cosa pubblica. L’impero Nixon non è lontano dall’impero Trump e da tanti altri piccoli e grandi imperi. Quello che Spielberg ha visto è l’occasione di mostrare il senso di un giornale e di chi ci lavora. Per questo quello stanzone chiassoso al profumo d’inchiostro, quello delle rotative che corrono furiose nella notte per portare in ogni luogo la notizia, è il cuore del film.

The Washington Post nel 1971 era il quotidiano della capitale USA, definito dal suo stesso direttore, Ben Bradlee, un piccolo giornale cittadino, mentre la sua editrice, Kay Graham, cercava di lanciarlo in borsa per evitare il fallimento. Tutto cambia quando Daniel Ellsberg, uomo del Pentagono mandato qualche anno prima in Vietnam come osservatore, invia al The New York Times una parte dei documenti segreti scritti per anni sul vero ruolo degli Stati Uniti in Vietnam, fin dagli anni Quaranta. I Quaderni del Pentagono raccontano monitoraggi, decisioni, false notizie, veri disastri e pesantissime responsabilità di almeno quattro presidenti: Eisenhower, Kennedy, Johnson e poi Nixon.

Il Times pubblica la notizia ma viene subito bloccato dalla Corte Suprema. Ed è qui che il Post diventa il paladino della libertà di stampa, del diritto a pubblicare, i giornalisti eroi del tempo e i linotipisti eroi della notte. Ben Bradlee e Kay Graham hanno in mano le oltre quattromila pagine dei Pentagon Papers. Decidono di andare avanti nello
spazio di poche ore. Otto in tutto, tra il recupero dei documenti e la mezzanotte per andare in stampa. Perché non c’è da pensarci, se si fa è ora. L’urgenza prevale sul rischio – chiusura della testata, carcere per editore e direttore – e Bradlee riunisce un pugno di giornalisti, tutti a leggere le quattromila pagine e poi a scrivere un pezzo, uno solo, che riempia la prima pagina e arrivi all’alba del giorno dopo.

Il film di Spielberg ha tanti pregi, due su tutti. È girato con spudorata maestria e ricorda a tutti – mica solo agli americani – una lezione di giornalismo molto lontana dall’esercizio di stile. Quel giornalismo che osa e si sporca le mani sul campo, lavora per la comunità e non serve il potere. Banalità di cui c’è molta carenza. Concetti da codice deontologico lasciato a prendere polvere su uno scaffale imprecisato.

Nel 1971 Richard Nixon ha vacillato. Da lì a un anno sarebbe deflagrato il Watergate, un’onda tenace e paziente che lo avrebbe fatto annegare nel 1974. Ad alzare la mareggiata, ancora una volta, The Washington Post.​

Annotazioni: Meryl Streep, fortissimamente lei a interpretare Kay Graham, è candidata all’Oscar, così come il film. Tom Hanks è scatenato nei panni di Ben Bradlee. Spielberg ha lavorato con il cast tecnico di sempre e, ancora una volta, dà una grande lezione di stile. Cito Janusz Kamiński, direttore della fotografia, perché il film – girato soprattutto in ambienti interni – ha una luce spessa, porosa, capace di dialogare con i personaggi e i luoghi e di dare la tensione decisiva alla storia. L’inquadratura su quelle mani sgraziate che pazientemente compongono parole, è il punto decisivo della libertà di tutti.

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