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Quella forza centrifuga che agita il paese

La ragazza moldava, che per anni ha aiutato i miei nonni nelle cose di casa, si è trasferita a Londra.

Sui 25 anni d’età, con una formazione in psicologia (non ricordo se un diploma o una laurea, che comunque in Italia in genere non vale niente), anni fa aveva lasciato la Moldavia per lavorare in Italia. Qui ha trovato impiego accudendo gli anziani, ossia svolgendo quel lavoro che, in modo velatamente spregiativo, viene chiamato “la badante”. E svolgendolo, in questo caso, con grande dedizione e capacità.

Alla fine, però, ha seguito un percorso simile a quello di molti suoi coetanei italiani: andare a cercare fortuna all’estero. Magari per finire a fare la cameriera a Londra, che non sarà granché, ma è sempre meglio che fare la cameriera a Rovigo, con tutto il rispetto. Ed è un mestiere che offre certamente più opportunità che vivere le giornate chiusi in casa ad accudire una persona anziana. 

E’ un dato di fatto: anche le “badanti” se ne stanno andando via. Fuggono soprattutto dal Sud, come racconta un articolo di Tonino Perna su “Il Manifesto” di oggi (si può leggere qui), dirette nelle grandi città del Nord Italia oppure direttamente al paese da cui sono venute. Saranno contenti, dunque, i sovranisti, che, una volta cacciati gli stranieri, potranno dedicarsi ad altre importanti questioni, come rivendicare l’Istria e la Dalmazia o imporre il presepe in tutte le scuole.

A me fa una certa impressione, questo esodo dal paese. E’ appena uscito un numero monografico della rivista Il Mulino (la presentazione qui), che traccia chiaramente le dimensioni della fuga dall’Italia: si è passati da 36.000 persone nel 2007 a 128.000 anni dopo. I numeri attuali e reali sono certamente più alti, basti pensare a quanti giovani risultano ancora residenti a casa, ma vivono in realtà altrove. 

Ho l’impressione che per le zone più periferiche, i territori di provincia come il Polesine, questa forza centrifuga sia una vera e propria emorragia: basta dare un’occhiata ai dati Istat degli ultimi anni, per rendersi conto che la popolazione della provincia di Rovigo cala al ritmo di 1.800 o 2.000 persone ogni anno, che la popolazione anziana è cresciuta costantemente, fino a diventare più di un quarto del totale, mentre calano con altrettanta costanza i giovani e gli adulti.

Da diversi anni calano, sempre per la gioia dei sovranisti locali, perfino gli stranieri, che nella nostra provincia per anni hanno riequilibrato il bilancio demografico. Se ne vanno per le stesse ragioni per cui se ne vanno tutti: la mancanza di opportunità. 

Non è un dramma, per carità, ma uno scenario che mette una certa malinconia. Di sicuro, fa una certa impressione: essere attrattivi per cittadini stranieri dovrebbe essere motivo di vanto. Per contro, se stiamo diventando un paese agitato da una forza centrifuga simile a quella che ha sparpagliato cittadini moldavi per mezza Europa, questo potrebbe essere un tema a cui dedicare qualche attenzione e un po’ di energia: ma giusto per distrarsi dai grandi dibattiti da bar, tipo su come sbolognare altrove qualche decina di migranti o sull’età in cui finalmente andremo in pensione. 

Di questo passo, comunque, il problema del presepe obbligatorio nelle scuole sarà una questione marginale. Ma ci si potrà sempre rifare con il dibattito sul presepe nelle case di riposo.

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