La donna dei fili
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La donna dei fili

Sottotitolo non presente

Descrizione

Credevo che il mio libro più sofferente fosse “La malattia chiamata uomo”, perché è una confessione pubblica, una esibizione delle proprie miserie e dei propri fallimenti, ma col senno del poi devo ammettere che il libro che mi costa di più (sul piano psicologico, culturale, personale) è questo, “La donna dei fili”: le donne cominciano a leggerlo con ostilità e finiscono con rancore. M’è capitato di trovarmi al cinema, nel buio, e di sentire dei passettini arrivare dietro di me, erano due spettatrici in ritardo, si sistemano alle mie spalle, e svolgono questo dialoghetto: “M’hai riportato il libro di Camon, La donna dei fili”?, “Sì, dopo te lo do”, “Che te ne pare?”, “Non capisce proprio niente”. Sono uscito prima che si riaccendessero le luci. La mia opinione è che quelle lettrici si aspettassero il racconto di un’analisi femminile intellettuale o intellettualoide, ammiccante, complice, che strizza l’occhio alle lettrici e se le fa amiche. Invece è, o cerca di essere, un racconto esplorativo, che scende nell’inconscio femminile come in un buio dove due righe prima non vedi due righe dopo, un racconto dove chi ascolta si sorprende di quello che sente, e quello (quella) che parla si sorprende di quello che dice. “La donna dei fili" è un romanzo sorprendente anche per me che l’ho scritto. A partire dal primo capitolo, “La seduta della sciarpa”. Ho imparato molto ascoltando le donne che mi raccontavano questi spezzoni delle loro analisi. E ho imparato mettendoli per iscritto. Era un tentativo di liberarmene. Ma ora lo so: non me ne libererò mai.

Ferdinando Camon, aprile 2024 

 

 

 

 

 

 

 

La donna dei fili
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