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“Se si potesse trasformare la sofferenza in creatività…”

E’ aperta al Museo Civico degli Eremitani a Padova fino al 17 febbraio 2019 la mostra “Ligabue l’uomo, il pittore” che presenta settanta opere del genio naif: dipinti su tavole di materiali poveri quali faesite e compensato, alcuni esposti per la prima volta al pubblico, dieci disegni su carta e sette sculture, fusioni in bronzo dalle originali che Ligabue realizzò in creta adoperando l’argilla delle sponde del Po, nella Bassa reggiana dove visse, dopo l’espulsione dalla natia Svizzera, fino alla morte.

L’esposizione, promossa dall’assessorato alla cultura del Comune di Padova è curata da Francesca Villanti e Francesco Negri, in collaborazione con la Fondazione Museo Antonio Ligabue e il Comune di Gualtieri (Reggio Emilia).

La mostra si apre con quindici autoritratti, che testimoniano il forte desiderio di rivelare attraverso l’immagine i tratti essenziali della sua personalità, a cui seguono gli animali selvaggi e domestici nei quali Ligabue si identifica in  una perfetta simbiosi, i lavori che richiamano terre lontane, mondi fantastici sognati e immaginati, sfogliando i libri a portata di mano, penso a Salgari, o studiando con curiosità maniacale le figurine Liebig ed infine il paesaggio agreste, un microcosmo privilegiato, filtrato dal ricordo della sua terra natale, frammenti di un tempo e luogo che il pittore si porterà dietro mescolando ricordi e fantasia.

Per la prima volta sarà visibile al pubblico una quarantina di documenti originali, dedicati alla vicenda biografica dell’artista quali una lettera del 10 ottobre 1948 di Antonio al sindaco di Gualtieri per essere dismesso dal manicomio, in cui parla di sé come artista, o il ricovero coatto del dottor Giuseppe Tarano, datato 5 luglio 1937 per cui non gli danno l’espatrio in Svizzera.

La madre adottiva Elise Gobel lamenta che il figlio nato il 18 dicembre 1899 è un bambino deficiente, una volta cresciuto non lavora e vive come un animale e viene ricoverato il 28 gennaio 1913, poi il comune nel 1919 non è disponibile al suo mantenimento, ed ancora il 10 dicembre 1948 la provincia di Reggio Emilia si assume la spesa per la sistemazione di Laccabue Antonio nel ricovero di mendicità, dopo che il commissario prefettizio aveva certificato che Laccabue Antonio, dimorante a Gualtieri di condizione “pittore” è alienato mentale ed ordina il ricovero urgente in manicomio.

Una vita quindi segnata da drammi familiari e da violenti crisi nervose, con ricoveri in manicomio prima nella natia Svizzera poi a Reggio Emilia, ma dedicata interamente alla pittura che pare ruotare attorno al binomio «sofferenza e creatività» come esperienza esistenziale e artistica.

Ligabue, protagonista sessantenne della sua prima mostra personale a Roma nel 1961, fatto conoscere al grande pubblico a metà degli anni ’70 da un valido sceneggiato televisivo, bene interpretato da Flavio Bucci, pare essere l’ideale interprete  di quanto sostenuto dal pittore Ernst Ludwig Kirchner, uno fra i maggiori esponenti dell’espressionismo tedesco: «Se si potesse trasformare completamente la sofferenza in creatività, si schiuderebbero nuove, incredibili possibilità». Per il pittore racchiuso un tempo nella dizione artista «naif» (con accostamenti ideali al francese Rousseau detto il «doganiere»), l’opera sembra così essere lo strumento che ripara le violenze e le difficoltà della vita, in una metamorfosi onirica che lo riscatta mediante il suo sconfinato amore per la pittura.

La mostra vuole essere un omaggio alla esperienza artistica di Antonio Ligabue, il pittore italo-svizzero (Zurigo 1899 – Gualtieri 1965), la cui vicenda esistenziale è dominata dalla solitudine, dall’emarginazione, riscattate solo da uno sconfinato amore per la pittura, che diventa lo strumento per farsi accogliere da quella società che per tutta la vita lo ha ignorato.

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