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Siamo divoratori di mondi. Ad Astra

“Ha visto quello che non c’era e non ha saputo vedere quello che aveva di fronte”, dice il maggiore Roy McBride parlando di suo padre, Clifford McBride, la cui foto alla NASA sta accanto a quella di Neil Armstrong.

Ad Astra di James Gray, protagonista Brad Pitt, era in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

Un film di fantascienza che però prende le corde del cosmo che sta dentro di noi e ci porta dentro quelle domande che non hanno mai risposta o sono talmente intime da avere una gamma infinita di orizzonti possibili.

Siamo tutti cosmonauti

Chi siamo, cosa facciamo e dove andiamo, viaggiano con noi dalla notte dei tempi. Sospetto che da bambini la fascinazione per la cosmonautica arrivi perché quelle domande cominciano, più o meno consapevolmente, a premerci dentro e nel nostro immaginario infantile gli diamo la forma della tuta spaziale e del missile che ci porta via.

Io l’ho desiderato a lungo – e ancora ogni tanto la tuta me la metto – perciò, stare davanti a un racconto visivo di un astronauta che va alla ricerca del padre scomparso ventinove anni prima, un padre che per il mondo intero è il più grande esploratore del cosmo e che, a capo del Progetto Lima, è arrivato fino ai bastioni di Nettuno e da lì, più nulla, beh, dentro una favola così ci sto bene e mi ci perdo. Che poi tanto favola non è perché, appunto, il viaggio di Ad Astra è dentro una specie di cosmo interiore fatto di domande, solitudine, silenzi e paure.

Un futuro non troppo lontano

Non è spaventoso esplorare un universo tanto inafferrabile. Anzi, è avventuroso. Soprattutto perché Gray piazza la storia in un futuro non troppo lontano, dove l’umanità è arrivata su Marte (plausibile), è riuscita a raggiungere altri pianeti del nostro sistema solare (e perché no), aeromobili spaziali coprono regolarmente la rotta Terra-Luna per servizi turistici, e sulla Luna c’è una base popolata, la superficie è divisa in colonie e (ma va?) ci sono guerre per il territorio.

Niente di più futuribile e prevedibile, compreso il pensiero di Roy quando sbarca sul nostro satellite, davanti a una serie di rutilanti centri commerciali: “Siamo divoratori di mondi”.

Una frase che sembra buttala là, ma non è tanto banale. L’uomo ha sempre conquistato nuovi territori con l’idea di piantarci sopra i propri modelli di vita. Perché dovrebbe fare qualcosa di diverso nella conquista di nuovi pianeti?

Nel film il Progetto Lima, destinazione Nettuno, aveva l’obiettivo di catturare segnali di vita da altri mondi. Ecco un altro sogno e un’altra domanda senza tempo. Siamo soli nell’universo? E se c’è vita, che vita è?

Subito dopo, però, ti viene un po’ di scoramento e ti chiedi: ma se qualcuno cerca noi e ci trova, che idea si fa di questo mondo? Quella di un immenso mega-mall?

Soli come non mai

Dalla Luna Roy prende un mezzo che lo porta su Marte. Da lì, ultimo avamposto colonizzato dall’uomo, manderà un messaggio a suo padre, verso Nettuno, nella speranza che risponda.

Roy è in missione ufficiale, lo scopo è far cessare una serie di perturbazioni cosmiche che sembrano arrivare proprio da Nettuno, che sia o no Clifford McBride a provocarle. Ma per Roy quel viaggio è personale. Cerca suo padre. Cerca la parte di sé che gli è sempre mancata. Una figura assente eppure necessaria.

Perciò da Marte spicca il volo verso il pianeta più lontano del sistema solare. È solo come non mai ed è alla ricerca di qualcuno che forse non c’è più. Questo non rende il viaggio meno necessario, anzi, è il senso di tutte le nostre ricerche, un orizzonte incerto e l’avventura che sta nel mezzo. Come non è stata vana la missione di suo padre, il desiderio di altri mondi e altra vita.

Il sogno di vedere quello che non c’è senza saper vedere quello che sta davanti a noi, ha qualcosa di disperato, forse di crudele, ma non inutile.

I paragoni fuori tempo e luogo

È un bel film Ad Astra. Anche solo per la capacità di ricordarci il cosmo che abbiamo dentro.

La tentazione di paragonare questo film a 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, è venuta a più di qualcuno. Trovo inutile farlo. Il film di Kubrick ha cambiato lo sguardo di intere generazioni, ha segnato una cesura indelebile. Mi pare fuori luogo e fuori tempo un confronto, anche se entrambi i film spingono lo sguardo più che ai confini dell’universo ai confini dentro di noi.

Kubrick, che adoro, ha squarciato lo schermo, ha aperto una riflessione che da lui ha preso molte strade. Anche Alfonso Cuarón con Gravity ha messo le mani nell’impasto del cosmo, dei suoi misteri e della solitudine, e probabilmente Cuarón e Gray hanno ben presente la lezione di Kubrick, non per questo ha senso misurali.

E comunque Brad Pitt è davvero bravo. Accidenti, è la seconda volta che lo penso nello spazio di poche settimane. Comincio a preoccuparmi.

Annotazioni: con Brad Pitt in Ad Astra ci sono due colonne: Tommy Lee Jones e Donald Sutherland. James Gray è il regista di Civiltà perduta – The Lost City Of Z (2016), un altro viaggio alla ricerca di qualcosa che forse non c’è. Gravity di Alfonso Cuarón è del 2013. Il rivoluzionario capolavoro di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio è del 1968. Ci sono due libri del regista Wim Wenders, Stanotte vorrei parlare con l’angelo. Scritti 1968-1988 e L’atto di vedere – The Act of Seeing, entrambi a suo tempo editati da Ubulibri, che negli anni Ottanta hanno anticipato in modo sorprendente la visione del mondo com’è oggi, compresa la pandemia dei mega-malls. Chi avesse la fortuna di averli nella propria biblioteca li tenga cari, non mi risultano edizioni attuali, ma spero di sbagliare.

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