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TWITTO ERGO SUM…

L’evoluzione umana ha preso una brutta piega. Molto brutta. Per qualche misteriosa (?) ragione ci siamo ridotti a utilizzare soprattutto il cervello rettiliano, la parte ancestrale, e la nostra curva dell’attenzione sta diventando paragonabile a quella di una rana. Una rana stupida, non una di quelle intelligenti, il tipo di anfibio che si lascia cuocere nell’acqua che sale di temperatura lentamente. Questo spiega la semantica della comunicazione pubblicitaria o la struttura dei programmi TV che fanno audience ma anche, ahimè, il livello desolante del dibattito politico odierno. Sia che rivestiamo il ruolo di telespettatori o di elettori, purtroppo le due cose coincidono sempre più, sembra che non riusciamo a stare concentrati su di un tema per più di 20 secondi. Il resto è noia, come diceva Califano. Con l’approssimarsi delle elezioni vediamo i leader politici inferocirsi compulsivamente per twittare aforismi idioti, enunciare solennemente slogan banali e irrealistici, estrapolare come prestigiatori da circo di terz’ordine frammenti senza senso compiuto da realtà e situazioni ben più complesse. In ogni caso è il trionfo di una sola cosa: il nulla assoluto. Considerando che questi soggetti si occuperanno (oltre che del loro del loro prodigioso appetito) anche della nostra vita, dei nostri soldi, del nostro pianeta, vorrei che chi mi chiede il voto mi spiegasse qual è la sua idea di società, qual è il suo programma, come pensa di costruire il futuro di questo paese. Il confronto politico è diventato una sorta di videogame surreale, vince chi la spara più grossa nel talk-show postribolare, chi strappa l’applauso ad un pubblico con seri problemi mentali che applaude indifferentemente affermazioni antitetiche, opposte, perché evidentemente non ne riesce a comprendere il significato. O forse, ed è ancora peggio, è un pubblico che ha accettato la “politica spettacolo”, perché non ritiene che chi amministra debba rendere conto all’elettore. Che il politico dica pure ciò vuole, se la frase è divertente lo applaude, magari “lo condivide” sui social nel tentativo di riempire con qualcosa il suo deserto intellettuale. Anche la globalizzazione ci sta mettendo del suo, vediamo l’andamento di Wall Street in tempo reale, godiamo del gossip su Trump o Macron al pari dei francesi e degli americani. Qualcuno si sforza di farci credere che questa sia l’informazione di cui abbiamo diritto, purché gli argomenti siano trattati con adorabile superficialità, buoni e cattivi siano chiaramente suddivisi secondo le indicazioni della censura vigente. Del resto globalizzare l’intelligenza sarebbe svantaggioso, oltre che una sorta di ossimoro.

I partiti e le multinazionali del fast food utilizzano gli stessi modelli di comunicazione e se ci pensiamo bene è logico: entrambi offrono prodotti di merda e si rivolgono ad un target di cretini che cercano in tutti i modi di espandere e fidelizzare.

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