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Un libro per riscoprire l’eccezionale personalità di Giuseppe Marchiori, uno dei più grandi critici d’arte del Novecento.

lA Fondazione Banca del Monte di Rovigo presenta il volume su Giuseppe Marchiori, uno dei più acuti studiosi dei fatti artistici italiani ed europei del Novecento. L’appuntamento è sabato 16 settembre alle ore 18 alla Cittadella della Cultura di Lendinara, dove è conservato l’archivio del critico d’arte.

cop_piccolaIl libro, sostenuto dalla Fondazione e pubblicato da Apogeo Editore in coedizione con Turismo e Cultura, case editrici sensibili alla valorizzazione del Polesine, è il risultato di un lungo lavoro di ricerca condotto da Nicola Gasparetto, giovane studioso rodigino, che si è avvalso del supporto della prof.ssa Giuliana Tomasella, docente di museologia e storia della critica d’arte dell’Università degli Studi di Padova.

Per la stesura del libro l’autore si è avvalso inoltre della supervisione di Sergio Garbato e di Pier Lugi Bagatin, per molti anni responsabile della Biblioteca Comunale “Baccari” di Lendinara.

All’appuntamento lendinarese interverranno  Sergio Garbato, autore di una delle introduzioni alla monografia, e il Sileno Salvagnini, docente di arte contemporanea all’Accademia di Venezia e curatore di importanti mostre che nei decenni scorsi si sono occupate di Marchiori. La presentazione del libro sarà preceduta dai saluti di Luigi Viaro, sindaco di Lendinara, e di Luigi Costato, presidente della Fondazione Banca del Monte di Rovigo.

Gasparetto illustrerà le linee guida del suo lavoro e introdurrà alcuni estratti dei carteggi che saranno letti da Sara Fumaneri. Chiuderà l’incontro la proiezione di alcuni estratti da un prezioso documentario RAI del 1978 dedicato agli artisti del Fronte Nuovo delle Arti, raggruppamento artistico, sostenuto dallo stesso Marchiori, che settant’anni fa proponeva la sua prima esposizione.

La presentazione del volume nella città natale del grande critico, oltre che occasione per comprendere l’eccezionale personalità di Marchiori, grazie alla considerevole ricerca in una fase poco indagata della sua vita professionale e artistica, consente di apprezzare l’inestimabile ricchezza del Fondo Marchiori conservato presso la Biblioteca Baccari.

In vista dell’incontro di sabato, REM ha rivolto a Nicola Gasparetto alcune domande:

Quali sono state le scoperte più emozionanti emerse dallo studio dell’archivio?
Il mio studio si concentra fondamentalmente sugli anni giovanili di Marchiori, prima della sua consacrazione come critico dei più importanti fatti artistici nel panorama nazionale ed internazionale. Concentrando le mie ricerche ed approfondimento su questo periodo per così dire embrionale, ho scoperto come i suoi anni giovanili fossero stati attraversati da una molteplicità di interessi che spaziavano dalla poesia all’arte fatta in prima persona.

Marchiori infatti sperimentava con entusiasmo la possibilità di dedicarsi alla pittura esponendo le sue opere anche alle mostre veneziane di Ca’ Pesaro. Anche in questo campo, che poi abbandonerà per dedicarsi invece alla critica d’arte, mostra di seguire una formazione assolutamente autonoma ed originale, conducendo un percorso basato sulla sua curiosità ed intuizione e sulla capacità di assorbire stimoli diversi ma amalgamati da una personalità estremamente effervescente e poliedrica, al di fuori di qualsiasi iter accademico tradizionale.

Seguendo poi il susseguirsi dei suoi scritti nel corso degli anni Trenta, altro aspetto che indubbiamente colpisce, è un’autonomia di pensiero, una coerenza nelle sue scelte critiche completamente slegata dai forti condizionamenti che il contesto politico dell’epoca esercitava anche in ambito culturale; una linea di condotta che lo porterà negli anni a ridosso del secondo conflitto mondiale a parole di ferma disapprovazione per le principali manifestazioni artistiche di stato e ad una conseguente situazione di isolamento, lenita solo dai contatti con quegli artisti che come lui non avevano accettato ingerenze nella loro ricerca espressiva.

Qual è il passo del tuo libro che può essere rappresentativo della personalità di Marchiori?
Direi che più che un passo, trovo decisamente significativa un capitolo del mio studio, quello dedicato alla silloge che offre al lettore una selezione dei carteggi con diversi artisti e letterati con cui Marchiori è stato in contatto.

L’importanza di questa sezione è legata alla vastità degli interlocutori con cui, in alcuni casi, tesse un dialogo ininterrotto per diversi decenni, oltre che alla molteplicità degli argomenti che vengono trattati. Fatta eccezione per quei corrispondenti con cui instaura un colloquio che tocca temi più personali, nella maggior parte dei casi scorrere quelle lettere permette di leggere in filigrana pagine importanti della critica d’arte, dei movimenti artistici, degli orientamenti culturali su vicende che toccano diverse personalità che a vario titolo sono stati i protagonisti della stagione a cavallo tra le due guerre.

L’alto valore culturale dei carteggi conservati presso l’archivio Marchiori, custodito dalla Biblioteca “Gaetano Baccari” di Lendinara, è confermato dalla frequenza con cui viene consultato da studiosi:  per le sue potenzialità nel fornire uno spaccato di un’epoca attraverso la viva voce di artisti e letterati che l’hanno contraddistinta.

Tra tutti gli artisti con cui Marchiori strinse un rapporto d’amicizia o professionale, quale ti sembra il più significativo e perché?
Tra gli artisti con cui Marchiori strinse un’importante rapporto d’amicizia oltre che professionale c’è sicuramente Osvaldo Licini, pittore marchigiano che lo stesso Marchiori contribuì a scoprire e valorizzare, da lui molto amato perché incarnava il modello ideale d’artista, anticonformista, autonomo da qualsiasi orientamento prescritto e libero nell’esprimere una personalissima scrittura pittorica oltre che espressiva. Assieme condivisero anche l’impegno  per l’affermazione della prima pittura astratta  in Italia, una battaglia condotta contro l’indifferenza o l’aperta ostilità degli ambienti culturali più conservatori.

Un altro pittore molto importante per il critico fu Renato Birolli, fra i due si sviluppò una fitta corrispondenza più che ventennale lungo la quale emerse un confronto di grande profondità su quanto di volta in volta si affacciava  nel panorama artistico, senza tralasciare il fatto che dal loro dialogo si posero le basi del Fronte Nuovo della Arti, quell’aggregazione artistica che si imporrà nella scena internazionale nella Biennale di Venezia del 1948.

Non mi sento di tralasciare Umberto Saba, tra i corrispondenti di maggiore spessore di Marchiori e non solo per la posizione preminente che il poeta triestino riveste nella letteratura italiana del Novecento. Con Saba (con cui avvia uno scambio epistolare dalla metà degli anni ’30 che giunge  fino alla morte del poeta nel 1958) si instaura subito una sorta di affinità elettiva, un incontro di anime che conduce i due a dialogare su temi estremamente personali, una sorta di rapporto padre e figlio che rende intenso, a tratti struggente, il loro scambio.

In copertina del post: Renato Birolli, Giuseppe Marchiori, 1944, Collezione privata (la stessa immagine è riportata nella copertina del libro).

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